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La fiaba ligure del bastimento a tre piani

Il racconto della tradizione del ponente ligure era stato riscoperto da Italo Calvino e inserito nella sua raccolta di fiabe provenienti da tutta Italia

La fiaba del bastimento a tre piani, originaria del ponente ligure, venne riscoperta negli anni '50 da Italo Calvino che la tradusse dal dialetto e la inserì in "Fiabe italiane", la sua raccolta di racconti proveniente dalls tradizione popolare.

La storia parla di una coppia di sposi, poverissima, originaria dell'entroterra ligure. I due ebbero un bambino, ma non conoscevano nessuno disposto a fargli da padrino, e dunque non si poteva battezzare. Girarono in lungo e in largo finché non trovarono un mendicante e gli chiesero se voleva fare da padrino al loro bimbo. Lui accettò, il bambino venne battezzato, e il padrino, per ringraziare i genitori della fiducia, donò loro una borsa piena di monete e una lettera. «I soldi servono per mandare a scuola il bambino - disse loro - mentre la lettera dovrà leggerla lui stesso quando avrà imparato a leggere».

Il bimbo diventò un giovane uomo bello ed erudito, e quando lesse la lettera scoprì che il padrino, che l'aveva scritta di suo pugno, altri non era che un re esiliato, che proprio allora era sulla strada del ritorno. Il re lo invitava a raggiungerlo a corte, ma gli diceva anche di non viaggiare né con un guercio, né con uno zoppo, né con un tignoso. 

Il ragazzo si mise in viaggio. Incontrò sia un guercio sia uno zoppo che volevano unirsi a lui, ma con una scusa riuscì a evitarli. Il terzo uomo che incontrò non sembrava tignoso, e dunque il ragazzo accettò di viaggiare con lui. Alloggiarono presso una locanda ma, nella notte, l'uomo riuscì a leggere la lettera del re e comprese qual era la missione del ragazzo, e dunque fuggì con tutti i suoi soldi e il suo cavallo, deciso a raggiungere il re prima di lui.

Il ragazzo riuscì a raggiungerlo, ma l'uomo lo minacciò: «Se vuoi vivere, dovrai fingere di essere il mio servitore». Si recarono così dal re, che scambiò l'uomo per il suo figlioccio, e gli propose di sposare sua figlia. «Ma - disse - prima dovrai liberarla da un incantesimo che la tiene rinchiusa in un castello su un'isola. Nessuno è mai tornato vivo». L'uomo, impaurito, decise di mandare in missione il suo (falso) servitore. 

Il giovane non sapeva come fare: andò al molo, e lì incontrò un vecchio marinaio, che gli disse di farsi costruire una nave a tre piani, e di riempirli di croste di formaggio, di briciole di pane, e di carcasse. Il giovane si fece costruire dal re un bastimento a tre piani, pieno delle cose che gli aveva detto il vecchio, e partì alla volta dell'isola. Prima di quella principale, però, c'erano tre isolotti. Il primo era popolato da topi che volevano assaltare la nave: il giovane diede loro le croste di pane, e i topi per ringraziarlo dissero che avrebbe potuto chiamarli in suo aiuto in qualsiasi momento. Il secondo era popolato da formiche, a cui il giovane diede le briciole, e loro promisero la stessa cosa. Il terzo da avvoltoi, a cui il giovane diede la carne delle carcasse. Anche gli avvoltoi fecero passare il giovane, e per ringraziarlo gli dissero che avrebbe potuto chiamarli in aiuto in qualsiasi momento.

Arrivato sull'isola principale, il ragazzo trovò una fata che aveva rinchiuso la principessa nel suo castello. La fata gli disse che, per liberare la giovane, lui avrebbe dovuto superare tre prove, altrimenti sarebbe morto. Avrebbe avuto un giorno a disposizione per abbattere una montagna in modo da far entrare la luce del sole nel castello, per separare un mucchio enorme di piselli e lenticchie, e per prendere un secchio di "Acqua della lunga vita" dalla cima di una montagna popolata da bestie pericolosissime.

Il giovane all'inizio si disperò, ma poi si ricordò i suoi amici animali, e li chiamò in suo aiuto: i topolini, a furia di rosicchiare e graffiare, spianarono la montagna; le formiche separarono piselli e lenticchie, e gli avvoltoi arrivarono in volo a prendere un secchio di acqua della lunga vita.

Allora, la fata lasciò andare la principessa, e i due giovani - che nel frattempo si erano innamorati a prima vista - tornarono a corte. A questo punto, l'uomo che aveva ingannato il re, verde di invidia, assoldò due sicari per far uccidere il ragazzo: il giovane venne pugnalato a morte, ma la principessa lo salvò con il secchio di acqua della lunga vita. L'impostore, impressionato, chiese di cosa si trattava, e gli venne risposto che era un secchio di olio bollente. Allora lui, convinto di poter diventare immortale, si fece preparare un barile di olio bollente e vi si gettò dentro, ma morì bruciato. In quel momento, tra l'altro, tutti i presenti videro che portava la parrucca: era il tignoso, eterno rivale del re. 

A questo punto il sovrano riconobbe il suo vero figlioccio, lo accolse da eroe, e gli diede in sposa la figlia.

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