Finale di partita, Samuel Becket arriva al teatro dell'Ortica

Portare in scena Beckett come ricerca di un teatro nuovo e diverso, partendo da un testo così intenso e profondo quale è “Finale di partita” e nel tentativo di superare la confusione generata dai ripetuti tradimenti di testi classici e dalle molteplici contaminazioni, così spesso prive di motivazione artistica.

Beckett oggi come sinonimo di vivere e percepire l’esistenza, così attuale e vicino da faticare ancora a capirlo e a sentirlo affine; si è pertanto fatto perno su un’ interpretazione rigorosa ed essenziale.

Un allestimento a tratti forse più cinematografico, ambientato in uno spazio ridotto che unisce pubblico e attori: la stanza di Hamm, Clov , Nell e Nagg diventa la “nostra” stanza e l’ ambiente quotidiano.

Uno specchio continuo in cui tutti ci si riflette e che è anche elemento scenico, parte di una scenografia a sua volta scarna e essenziale, ma di forte impatto emotivo. I personaggi si muovono in una situazione in cui assume rilievo solo l’essenzialità dell’essere umano, privato della maschera.

Un Clov interpretato da una attrice perché veramente come è scritto nel testo il sesso non ha importanza, o perlomeno non ne ha in questo contesto e per questo personaggio, inconsapevole clown, a tratti perduto nel nulla, come perduti nel nulla sono tutti e quattro i personaggi; un niente che diventa comunque un percorso per una nuova e diversa consapevolezza da cui nessuno può fare ritorno.

Un testo difficile, duro, che rimanda alle parole della Bibbia, alla vita stessa dei personaggi, al pensiero filosofico e letterario occidentale, ma soprattutto all’intera storia dell’umanità da cui nessuno di noi può prescindere.

Una diffusa leggerezza e un’atmosfera di gioco aleggiano sull’allestimento e forte è il desiderio di ridere e lasciarsi andare, perché comunque niente vale veramente la pena. Per il breve tempo dello spettacolo il pubblico e gli attori si ritrovano insieme come sospesi e legati ad un unico filo.

Il Progetto scenografico

Lo Spazio Scenico, prestabilito, circoscritto, è stato interpretato nella sua più rigorosa essenza: un “luogo-non luogo” in cui i
personaggi “giocano” (ovvero recitano) e vivono (muoiono) una partita lunga quanto l’esistenza, tra commedia e tragedia. Lo spazio è meta-fisico, meta-storico, volutamente incorruttibile, lineare, composto, pulito.
I personaggi ed i loro oggetti, par contre, sono irreversibilmente lisi, perdenti, decomposti.

Questa tagliente contrapposizione si rivela la chiave del progetto scenografico, nel tentativo di rappresentare uno stato di coscienza universale: la consapevolezza di fronte alla cruda realtà di un’esistenza il cui senso non è possibile decifrare o riconoscere. Lo spazio è quindi immutabile mentre l’uomo (con la “sua roba”) invecchia in una disperata corsa verso il nulla.

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