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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Morte di Martina Rossi, 80.000 firme per la petizione diretta a Mattarella: «Il 21 gennaio venga fatta giustizia»

Pochi giorni e il caso della giovane genovese morta nel 2011 a Palma di Maiorca tornerà in aula dopo l'assoluzione in appello dei due aretini accusati di tentata violenza sessuale. Prescritto invece il reato di morte in conseguenza di altro reato

Oltre 80.000 firme per chiedere giustizia per Martina Rossi, la giovane genovese morta precipitando da un balcone a Palma di Maiorca il 3 agosto del 2011.

La petizione, pubblicata online sul sito Charge.org, è indirizzata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e mette al centro la condanna emessa dal tribunale di Arezzo nel 2018 nei confronti di Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni e il prosieguo giudiziale. I due sono stati condannati in primo grado a 6 anni per morte in conseguenza di altro reato e tentata violenza sessuale: il pubblico ministero ha sempre sostenuto la tesi avanzata anche dai genitori di Martina, e cioè che la ragazza stesse scappando dai due giovani e che, visto che la porta della stanza era chiusa, abbia tentato di mettersi in salvo scavalcando il balcone della stanza per raggiungere quello della sua, perdendo l'equilibrio e precipitando.

La condanna del 2018 è stata annullata dopo che la Corte d’Appello di Firenze prima dichiara prescritto il reato di morte in conseguenza di altro reato, e poi nel giugno 2020 assolve Vanneschi e Albertoni dal reato di tentata violenza sessuale perché “il fatto non sussiste”, dichiarando però che “un’aggressione di carattere sessuale non può neppure del tutto escludersi”.

Il procuratore generale del tribunale di Firenze ha quindi presentato ricorso in Cassazione contro l’assoluzione, e il 21 gennaio è il giorno in cui il caso di Martina tornerà in aula. La petizione è finalizzata proprio a chiedere l’intervento di Matterella “perché ci sia la revoca della prescrizione per reati così gravi, nello specifico 'morte come conseguenza di altro reato'. La morte di un essere umano non può essere trattata come un debito caduto in prescrizione - si legge nella petizione - È disumano che a distanza di così tanti anni, a fronte delle tante prove raccolte, due genitori non abbiano ancora potuto capire com'è morta la loro unica figlia ventenne”.

È stata infatti la caparbietà del papà di Martina, Bruno Rossi, a portare all’apertura di un procedimento a Genova dopo l’archiviazione in Spagna, procedimento trasferito poi ad Arezzo per competenza territoriale (i due imputati sono di Castiglion Fibocchi) e a spingere gli inquirenti toscani ad approfondire gli esami in cerca di tracce di violenza. 

I graffi trovati sul collo di Albertoni e il fatto che Martina fosse senza pantaloncini, insieme con le modalità della morte e i segni sul suo corpo, confermerebbero per l’accusa la tentata violenza sessuale e la fuga per salvarsi, finita in tragedia. Per la Corte d’Appello, però, «era ormai giorno e la ragazza era visibile dal terrazzo a chi, come la Puga (Francisca, l’unica testimone oculare della morte, ndr), si trovava nel piazzale antistante l'albergo, che ebbe a vederla addirittura in viso frontalmente, così come, quindi, ella poteva ben vedere coloro che si trovavano nel piazzale, con l'inevitabile conclusione a cui deve pervenirsi che la Rossi ben avrebbe potuto chiedere aiuto dal terrazzo in cui si trovava se fosse stata vittima di un 'aggressione, mentre nessun grido sarebbe stato da lei proferito, né alcuna invocazione di aiuto vi sarebbe stata da parte sua, secondo quanto riferito dalla Puga».

Francisca Puga è stata una testimone chiave nel processo, e le sue dichiarazioni decisive nell’assoluzione in appello di Vanneschi e Albertoni: la donna ha riferito di non avere sentito Martina chiedere aiuto, e ha più volte ribadito che la morte deriva, a quanto da lei visto, da una caduta volontaria. E mentre si attende il verdetto in Cassazione, a Genova sono già andati a processo due altri aretini, amici di Vanneschi e Albertoni, accusati di falsa testimonianza: i magistrati liguri sostengono che i due abbiano cercato di coprire gli amici, rilasciando dichiarazioni non veritiere nel 2012 e nel 2013, quando venne aperta l’inchiesta a Genova dopo l’archiviazione in Spagna.

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