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Favori sessuali in cambio di lavoro: condannato ex direttore carcere

Giuseppe Comparone, ex direttore del carcere di Pontedecimo, è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione per concussione e falso ideologico. In cambio di favori sessuali offriva un lavoro esterno a una giovane detenuta

Giuseppe Comparone condannato a due anni e sei mesi di reclusione per concussione e falso ideologico. Questa la decisione della Cassazione che conferma la sentenza per l'ex direttore del carcere femminile di Pontedecimo, accusato di aver ricevuto favori sessuali da una giovane detenuta marocchina in cambio dell'ammissione al lavoro esterno senza che ve ne fossero i presupposti e senza che nemmeno la donna, da poco entrata in carcere, ne avesse fatto richiesta.

Oltre a respingere il ricorso di Comparone contro il verdetto emesso dalla Corte di Appello di Genova, il nove marzo 2012, la Suprema Corte ha rigettato anche il reclamo del Procuratore generale di Genova e del Procuratore della Repubblica di Genova che ritenevano l'ex direttore colpevole anche di violenza sessuale.

Nel ricorso in Cassazione, i Pg genovesi hanno fatto presente che la detenuta "ha sostenuto, indirettamente riscontrata da terzi, di aver dovuto subire le avances a sfondo sessuale del direttore, subendone l'indubbia posizione di supremazia e accettando i rapporti sessuali per non perdere i vantaggi già ottenuti (lavoro esterno)".

Ma i supremi giudici hanno condiviso quanto stabilito in appello: tra direttore e detenuta c'era un "rapporto paritario di natura corruttiva incentrato sulla sfera affettivo-sessuale", rapporto "scandito dalla remunerazione dei favori sessuali effettuata dal direttore del carcere col disporre il lavoro esterno della detenuta, pur in difetto dei presupposti".

Preso dalla "gelosia" nei confronti della ragazza, Comparone aveva anche stilato una relazione che metteva in cattiva luce un commissario penitenziario che era in contatto con la detenuta.

Nel confermare il 'no' alla concessione delle attenuanti generiche a Comparone che le chiedeva, la Cassazione ha fatto riferimento al "vasto discredito dell'immagine dell'amministrazione penitenziaria derivante dalla condotta dell'imputato" e alla gravità dei fatti "accresciuta dal contesto ambientale che ne e' stato teatro".

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