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Marco, tra i vigili del fuoco di Ponte Morandi: «Sui visi delle vittime stampato per sempre lo choc»

«In un paese civile i ponti non cadono, e sul luogo della tragedia ho visto tutto lo stupore di chi è rimasto coinvolto»: Vedelago, in pensione da appena un giorno, è stato uno dei primi ad arrivare sul luogo della tragedia

Marco Vedelago ha 60 anni, ha fatto il vigile del fuoco per oltre la metà della sua vita ed è stato uno tra i primi soccorritori che la mattina del 14 agosto sono arrivati sul luogo del crollo di Ponte Morandi , poco dopo il momento in cui il pilone 10 si è accartocciato su se stesso portando con sé decine di veicoli.

Soltanto 72 ore dopo sarebbe arrivato il bilancio definitivo delle vittime, 43, ma quando Marco ha iniziato a scavare tra le macerie, insieme al figlio Emilio, 31 anni e anche lui vigile del fuoco, la speranza era di estrarre dal cemento e dal metallo quanti più superstiti possibili.

La sua è stata una delle testimonianze che giovedì mattina sono state ascoltate nella sala Albertazzi del Cap durante l'incontro organizzato dal sindacato Usb dei Vigili del fuoco per accedere i riflettori sulla difficile situazione in cui versa il corpo a Genova, in particolare per quanto riguarda risorse e organico. E così, in una città dove l’età media del vigili del fuoco è 52 anni, Vedelago ha preso la parola nel suo primo giorno da pensionato, lasciandosi andare a un sorriso amaro quando ha fatto notare che «questa tragedia è accaduta proprio a poche settimane dalla pensione, è l’ultima cosa su cui sono intervenuto».

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Marco, cosa ricorda di quella mattina?

«È difficile rievocare quanto accaduto, ma nello tesso tempo è importante farlo. Quella mattina ero in ferie, ma mio figlio mi ha avvisato di quanto era successo: lui si trovava a 50 metri dal ponte, lo ha visto crollare - ha raccontato Vedelago - Lui ha iniziato subito a soccorrere le persone coinvolte, e mi ha chiamato. Sono partito subito, sono andato nel mio distaccamento e ho formato una squadra. Siamo pochi, figuriamoci ad agosto: era un problema già arrivare sul posto, perché le auto bloccavano la rampa autostradale. 

Cosa ha visto, una volta arrivato sul luogo del crollo?

Quando siamo arrivati avevano già costituito il primo fronte di gestione dell’emergenza, c’erano già i colleghi soccorritori e gli Usar (le squadre specializzate di pronto intervento in caso di disastri in aree urbane, ndr) che stavano estraendo i corpo e i feriti dalle macerie. Noi siamo stati impiegati nel greto del Polcevera, abbiamo setacciato le auto in cerca di superstiti. È stato un momento che ha fatto riflettere sull’entità e le modalità della tragedia: sui visi e nelle membra straziate di queste persone c’era la sorpresa, l’incomprensione per cosa stava succedendo. In un paese civile un ponte non deve cadere.

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Che cosa porterà con sé di questa tragedia?

Difficile rispondere a questa domanda. Spero che il ricordo sia quello di un punto di svolta, per il soccorso e per il modo di gestirlo anche in senso politico. Che serva da lezione, per tutti coloro che hanno applicato i pareggi di bilancio e spending review al soccorso pubblico: non deve accadere più, non sono cose che devono condizionare il soccorso pubblico e meno ancora la manutenzione delle strade. Questa tragedia ha dei responsabili, e molti.

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