Il grido di aiuto del Mercato di Certosa: «Clienti in fuga, i banchi sono deserti»

Banchi deserti e commercianti in ginocchio: la ripresa tarda ad arrivare e il futuro fa paura

Non si sente il rumore delle cassette impilate e mancano le voci dei clienti in coda. È una mattina di inizio settimana al Mercato comunale di Certosa e la piazza è deserta.

Da un banco all'altro, i commercianti si guardano in faccia: non ci sono più le braccia alzate a chiedere di essere serviti e nessuno discute più sul primo in fila. Non c'è più niente per cui litigare.

«Ho già ritirato tutto», dice il macellaio Gino, «guardatevi attorno, non c'è nessuno», e l'orologio segna le dieci e trenta del mattino, un'ora di punta per il mercato: «Dispiace perché lavoro qui da 30 anni ma la cosa più triste è che non vedo ripresa».

Pesa la mancanza di quelle 350 famiglie che hanno dovuto abbandonare le loro case in seguito al crollo del Morandi e si fa sentire una crisi generale del commercio che non accenna a rallentare: «Sono andate via tutte quelle persone e la perdita si sente, eccome. Il mercato non si riprende - racconta il pescivendolo Andrea - speriamo che le cose migliorino». Un suo collega, però, pensa già al piano b: «È quasi umiliante ma guardi qui», e tira fuori un curriculum vitae: «Me lo sono fatto fare da mio nipote, ho sessant'anni e non posso ancora andare in pensione ma qui non arrivo a fine anno; devo trovarmi qualcos'altro».

Anche Enzo pensa solo a tirare avanti per raggiungere la pensione con il suo banco di frutta e verdura: «Avrò la minima, 900 euro e mi dica lei come fa così una famiglia ad arrivare a fine mese», si sfoga il commerciante.

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«Qui intorno continuano ad aprire supermercati e la gente è attirata dalle promozioni non dalla qualità al giusto prezzo». Una donna, una delle pochissime clienti, però, lo interrompe promuovendo un'iniziativa: «Con altri residenti stiamo cercando di tornare a comprare sotto casa nei negozi e al mercato perché la loro chiusura porterebbe solo degrado nel quartiere. Il Mercato comunale deve vivere» 

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