Costume e società

Quando sul Bisagno c'erano le "baracche"

Un fenomeno diffuso tra le due guerre mondiali del '900

Il Bisagno - Credits wikipedia@Rinina25 & Twice25

Chi ha i nonni genovesi o conosce la storia della nostra città, forse si è fatto raccontare quella delle "baracche" sul Bisagno.

Bisogna tornare indietro nel tempo all'inizio del secolo scorso, precisamente tra le due guerre: tra i primi segni della nuova atmosfera di pace, ci fu un incremento delle attività lavorative. C'erano diverse imprese fiorenti in Valbisagno, tra cui la Bocciardo, con diverse centinaia di dipendenti, e l'Italia che produceva cementi artificiali. Entrambe procuravano tantissimo impiego, e molti erano i lavoratori che si erano spostati in zona. Ma non solo: anche imprese minori, come la conceria Garbarino - distrutta poi durante la seconda guerra mondiale - arrivò ad avere anche fino a 60 dipendenti.

Questo però costituì un problema a livello urbanistico, perché tutti i lavoratori volevano vivere in Valbisagno, e come loro tutte quelle piccolissime imprese che ruotavano intorno alle grandi fabbriche, e l'offerta non bastava più. E dunque riprese vigore un antico fenomeno, come racconta "Paesi e gente di Valbisagno" di Maurizio Lamponi (Erga Edizioni): le soluzioni "provvisorie" lungo il greto del Bisagno. «La baraccopoli produttiva esisteva da alcuni decenni e aveva sempre costituito una spina nel fianco degli addetti al sistema urbanistico genovese, i quali con i loro esposti e denunce avevano sempre lottato invano contro quella piaga. D'altra parte in quella assurda fila di strane costruzioni di produceva un po' di tutto e l'economia, bene o male, andava avanti. I mestieri che vi si esercitavano erano tra i più eterogenei: c'erano carradori, marmisti, conciatori, falegnami, ottonieri, magazzini per merci varie, depositi, stalle. Non mancavano neppure gli alloggi per gli addetti ai lavori».

Solo nel 1933, in occasione dei campionati mondiali di calcio, si eve una parvenza di riassetto nella zona intorno allo stadio, subito rientrata a festa finita. 

Il fenomeno durò a lungo: ancora negli anni '50 lungo il greto del Bisagno, «seppur con un'impostazione architettonica leggermente più decorosa della baraccopoli precedente» scrive Lamponi, agivano almeno cinque concerie sparse qua e là sulle due rive, oltre ad alcune altre piccole aziende tutte scomparse negli anni successivi.

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