Greenpeace: ecco di chi è la plastica che inquina i mari

Dall'analisi delle segnalazioni ricevute tramite WhatsApp sulla presenza di plastica sui litorali italiani, Greenpeace ha individuato le tre multinazionali da cui proviene gran parte del materiale

Domenica 23 settembre alle 17 nell'ambito del Salone Nautico verranno presentati i risultati della campagna di Greenpeace Plastic Radar. Quasi 6.800 rifiuti segnalati, il 90 per cento dei quali in plastica usa e getta, e riconducibili in gran parte a San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé: è quanto emerge dall'analisi, elaborati da Greenpeace, che, raccogliendo le segnalazioni di tutti gli amanti del mare attraverso WhatsApp, ha permesso di far luce sullo stato dell'inquinamento da plastica sulle spiagge, sui fondali e nei mari italiani.

«Da inizio giugno a fine agosto, da nord a sud della nostra penisola, più di 3.200 persone hanno partecipato a Plastic Radar diventando parte attiva nella denuncia di questa grave crisi ambientale e chiedendo un cambio di direzione nell'attribuzione della responsabilità» spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

Sebbene Plastic Radar (https://www.greenpeace.org/italy/it/Cosa-puoi-fare-tu/partecipa/plasticradar/) non rappresenti un rigoroso strumento di analisi scientifica, la numerosità del campione di segnalazioni ottenute consente un buon livello di confidenza in merito ai risultati dell'attività. L'analisi delle segnalazioni fotografiche di rifiuti in plastica presenti lungo i litorali italiani ha permesso non solo di far luce sulla tipologia di imballaggi e contenitori più presenti, ma di individuare anche i marchi e le aziende produttrici.

Delle quasi 6.800 segnalazioni valide ricevute, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, ovvero oggetti progettati per un utilizzo che va da pochi secondi ad alcuni minuti, e in gran parte rappresentati da bottiglie per l'acqua minerale e bevande (25 per cento); a seguire, nell'ordine: confezioni per alimenti (circa il 10 per cento), frammenti (6 per cento), sacchetti di plastica (4 per cento), bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento) e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento). Per quel che riguarda le reti da pesca, la maggior parte è stata segnalata dalle coste del Mar Adriatico e del Mar Ionio, con un contributo importante delle reti tubolari utilizzate da alcuni anni negli allevamenti di cozze.

Considerando che la tipologia di rifiuto in plastica più segnalata è rappresentata dalle bottiglie per l'acqua minerale e le bevande, non sorprende che il Pet (Polietilene Tereftalato) sia risultato il polimero più comune nei mari italiani, seguito dall'Hdpe (Polietilene ad alta densità). Dalle segnalazioni in cui è stato possibile identificare il marchio di appartenenza, è emerso che gran parte di queste era riconducibile alle aziende produttrici San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé.

«Sebbene la presenza di rifiuti in plastica lungo i litorali italiani sia molto spesso imputabile a uno scorretto comportamento individuale, le multinazionali degli alimenti e delle bevande devono assumersi le proprie responsabilità di fronte a una contaminazione sempre più grave. Le grandi aziende non possono ignorare la difficoltà di riciclare tutta la plastica che immettono sul mercato in volumi sempre crescenti e devono cominciare a fornire alternative ai consumatori che non prevedano il ricorso alla plastica usa e getta», conclude Ungherese.

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