Volti o maschere? Mostra personale di Massimo Gilardi

Il filo conduttore della ricerca di Massimo Gilardi è la riflessione sul rapporto tra i due concetti di identità e ruolo alla base dello schema sociale contemporaneo, in cui la maschera è chiamata a svolgere una funzione di mediazione. A partire dal latino per cui la parola “persona” significava “maschera teatrale”, a testimoniare che la vera identità di ogni individuo è nascosta sotto una maschera, è inscindibile l’associazione tra quest’ultima e la sua potenzialità di celare l’identità o di rivelarne, selettivamente, una nuova, diversa da quella convenzionale. Se da un lato è insita l’idea del travestimento e dell’effimera illusione di sogno, dall’altro, essa è anche disvelamento di verità altre o inconsce. Questa dicotomia è ben rappresentata dalle figure che dominano le opere di Gilardi - clown, travestiti, teatranti, circensi, maschere di carnevale, volti truccati - che ricorrono all’artificio del camuffamento come ribaltamento del reale o apparente inganno, ma da cui emergono significati più profondi.

La messa in scena rivela la ricerca di una coscienza di sé che oscilla tra il disincanto dell’ineludibile separazione tra le diverse facce dell'io e la volontà di ricomporsi in unità. La maschera non è necessariamente una rinuncia alla propria individualità o la negazione della realtà, può anche essere uno strumento di liberazione laddove palesa l’illusione dell’accettazione rivelando in realtà il suo opposto.

Nelle qualità imitative e liriche della sua pittura, derivate dalla tradizione, si possono riscontrare punti di convergenza con l’Anacronismo, lontani però da ogni intellettualismo, che richiamano le parole di Viviana Siviero: “È un’alchimia sottile quella che Stefano Di Stasio riesce ad attuare: la sua modernità risiede esattamente nella coscienza colta di un pensiero, allo stesso tempo semplice e maestoso. La sua necessità è quella di confrontarsi continuamente con una pittura mimetica, radicalmente figurativa, un’immagine narrata riferita alle eterne visioni dell’interiorità, modellata sulla tradizione e intesa più come azione che come tema. […] La meta ultima è rappresentata da una pienezza capace di comunicare i sentimenti alle cose, messa in pratica attraverso una pittura anacronisticamente ed intelligentemente utilizzata come valore e non semplice mezzo”.

La necessità poetica di Gilardi di porre al centro della rappresentazione la figura umana e in particolare il volto deriva dall’attinenza cognitiva del suo lavoro e si esplica attraverso il tentativo di tradurre in immagine l’anima dei suoi soggetti. Le atmosfere sospese venate di una lieve malinconia o le ambientazioni atemporali cariche di elementi simbolici vogliono valicare qualunque contingenza perché l’artista ragiona sulle verità dell’uomo, prediligendo un punto di vista marginale, ma estremamente efficace che trova nei suoi caratteri accentuati la sua forza emotiva e comunicativa. Tutto è teso a preservare l’immediatezza del senso di contatto e sintonia che suscitano gli intensi sguardi dei personaggi di Gilardi. Riecheggiano le parole di Oscar Wilde “Spesso una maschera ci dice più di un volto”: ognuno conosce per esperienza diretta il connubio tra realtà e apparenza, di cui la maschera è emblema, ed è nel suo artificio, che cela e rivela al tempo stesso, l’essenza della condizione umana di sentirsi uniti nell’impossibilità di sottrarsi a una certa misura di solitudine o alla completa comunicabilità dell’io.

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