"L'uomo, la bestia e la virtù", Pirandello al Tearo della Corte

Una commedia graffiante sull’ipocrisia e il perbenismo borghese o, come annotò lo stesso Luigi Pirandello (1867-1936): «Una delle più feroci satire che siano mai state scritte contro l’umanità e i suoi valori astratti».

Tratta dalla novella Richiamo d’obbligo, L’uomo, la bestia e la virtù racconta gli sforzi del professor Paolino (l’Uomo) e della sua amante signora Perella (la Virtù) per convincere il riottoso marito di lei (la Bestia) a creare le premesse per potergli attribuire la paternità del nascituro.

La farsa andò in scena nel 1919 e, nonostante il dissenso alla prima milanese e la rimozione durante il fascismo di un testo giudicato “triviale”, s’impose ben presto sui palcoscenici di tutto il mondo, forte anche dell’autorevole giudizio di Silvio D’Amico: «Tutto è trattato con spirito originale e in tutto s’avverte un sapore acre e nuovo non conosciuto nel nostro teatro prima che Pirandello vi apparisse».

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