"Not I/Rockaby", Dramaticules di Samuel Beckett

Not I e Rockaby rientrano in quella produzione drammaturgica che Samuel Beckett ha definito con un neologismo dramaticules. ‘Drammuncoli’ se volessimo trovare una traduzione in italiano. La forma e la sostanza di questi atti unici è tutt’altro che un piccolo dramma. Si tratta di testi scritti nell’ultima parte della sua vita e sono un distillato raffinato della sua poetica e della sua ricerca, in cui i temi da lui affrontati e sviscerati per tutta la sua attività di romanziere, letterato e drammaturgo diventano un unico corpo con la creazione di un’immagine, che ne veicola il senso e le parole. Nei dramaticules, essenziale è la struttura di un testo indissolubilmente legato ad una immagine, che ne restituisce il senso profondo e ne assume il ruolo di visualizzazione. Il movimento è ridotto al minimo se non annullato e il testo è ‘scarnificato’, è ridotto alla sua essenziale necessità.

Not I – In scena una bocca violentemente illuminata. Il resto del corpo non è visibile. Un incessante fluire di parole che incede con un ritmo inesorabile e che domina il corpo da cui sgorga, racconta la vita di una donna, sembra di capire abbandonata in un orfanotrofio e lì cresciuta, che ha trascorso i suoi giorni nella solitudine e nel silenzio. I rari tentativi di comunicare in attimi di viscerale bisogno, sono stati vani e incompresi. Una clochard, che nel racconto prende distanza da sé stessa, parlando solo e soltanto in terza persona. È Beckett stesso a dirci ‘chi’ è questa donna: ‘Ho conosciuto quella donna in Irlanda. Sapevo chi era – non ‘lei’ specificamente, una singola donna, ma ce n’erano tante di quelle vecchiacce che incespicavano a fatica lungo i viali, nelle pozze, di fianco alle siepi. L’Irlanda ne è piena. E le sentii dire ciò che ho scritto in Non io. L’ho sentito proprio.’ La visione e l’ascolto di questo dolorante e angoscioso racconto è filtrato da un’altra presenza in scena. Una figura di spalle che Ascolta, ispirata a Beckett dalla visione di un’opera di Caravaggio ‘La decapitazione di San Giovanni Battista’ in cui una donna assiste al martirio del santo con umana compassione e orrore.

In Rockaby vediamo una vecchia donna seduta su una sedia a dondolo. La sedia oscilla, mossa dal ricordo, mentre la memoria del passato riaffiora in parole che restituiscono gesti azioni e desideri consumati nell’arco di una intera vita. Ne immaginiamo il passato nel lungo svolgersi del tempo e contemporaneamente abbiamo la sensazione che ciò è avvenuto da sempre, per sempre, in eterno. L’attesa è il nucleo tematico della pièce, l’attesa di un’altra anima come lei, e il ricordo, in una ninnananna eterna che accompagna la donna nel suo ultimo finale passo verso il buio.

Sono due atti unici fulminei, non solo nel senso della loro bellezza folgorante, ma anche praticamente nella loro durata. Si tratta di 40minuti circa in tutto, un tempo ridotto per un’idea di spettacolo, ma di una abbagliante densità emotiva e poetica. Le due anziane donne ci restituiscono il loro sguardo sull’esistenza, sul trascorrere di una vita, sull’attesa, sulla solitudine, sullo straboccante desiderio di incontrare l’altro, di comunicare, di ‘essere’. Non siamo di fronte a delle astrazioni, al contrario, nell’originalità e nella peculiarità dei due testi risuona e vibra qualcosa di incredibilmente concreto, riconoscibile, tangibile nella vita di tutti noi. In poche pagine, poche parole, pochi minuti Samuel Beckett sa donare a chi assiste, un ‘fatto’ indimenticabile, un concentrato di vita, di domande, e di grande amore per l’essere umano. In una forma teatrale che nel suo rigore estetico e formale rimanda ad una dimensione sacra, alta, pregna di significato e umanità.

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