Intervista al tenore Fabio Armiliato: «Porto la mia Genova nel cuore, qui ho debuttato, qui mi emoziono quando torno»

Il tenore - tra i più importanti e acclamati della scena lirica internazionale - torna in scena al Carlo Felice con Adriana Lecouvreur di Cilea

Tornerà a calcare il palco del Carlo Felice di Genova - la sua Genova - per l'opera Adriana Lecouvreur di Cilea, in scena dal 12 al 16 febbraio: il Maestro Fabio Armiliato, tenore tra i più importanti e acclamati della scena lirica internazionale, torna sempre con gioia in quella che, nonostante i continui spostamenti e i trasferimenti, non ha mai smesso di chiamare "casa". GenovaToday l'ha intervistato in un'occasione per lui speciale: non si tratta solo del suo ritorno nella Superba, bensì anche del ritorno nel teatro in cui ha debuttato, per portarvi - per la prima volta - l'Adriana Lecouvreur.

Maestro, qual è il suo rapporto con il capoluogo ligure?

È la mia città: non sono ormai più residente, ma il mio cuore è sempre rimasto qui, sono profondamente legato a Genova e ho cercato di portare sempre il suo nome anche all'estero. Un paio di anni fa il sindaco Bucci mi ha conferito la carica di Ambasciatore di Genova nel Mondo, mi dà la responsabilità di poter parlare della mia città, farla conoscere sempre di più sotto i suoi aspetti culturali. Ci sono altri ambasciatori come me che stanno lavorando in tutte le direzioni per l'immagine di Genova, cercando di portare turismo, cultura e investimenti economici. Per quanto mi riguarda, sono fiero di poter valorizzare le mie radici genovesi.

Un rapporto di affetto che riguarda anche il Carlo Felice in particolare. 

Esatto, al Carlo Felice ho debuttato nel 1984 come Gabriele Adorno in Simon Boccanegra. In quel periodo ero ancora nel coro, in cui ho lavorato per sette anni. Sarò sincero: devo dire che il teatro mi ha sempre dato molte opportunità di lavoro.

Eppure c'è chi diceva che "con la cultura non si mangia"...

È un luogo comune: con la cultura "mangiamo" eccome, e mangeremmo ancora di più se sapessimo valorizzarla meglio. Abbiamo un patrimonio, dalle Alpi alla Sicilia, di bellezza naturale, artistica, gastronomica, di grandi capacità artigianali, con una cultura musicale che tutto il mondo ci invidia. Basterebbe valorizzare quello che abbiamo: l'Italia è il nostro petrolio, la risorsa più importante che abbiamo.

Qual è il suo rapporto con Adriana Lecouvreur, in cui interpreta il conte di Sassonia?

È un'opera che ho sempre amato molto: l'ho ascoltata tantissimo quando ero ragazzo con il mio Maestro Franco Corelli (uno dei maggiori tenori italiani della seconda metà del '900, ndr), e devo dire che è mi è sempre piaciuta: al giorno d'oggi è forse poco rappresentata ma in passato ha visto grandi interpreti come Beniamino Gigli, Aureliano Pertile. Insomma sono quelle opere che quando le ascolti pensi che ti piacerebbe farle. Il mio debutto con Adriana Lecouvreur è stato nel 1994, a Buenos Aires. Avevo pochi anni di carriera alle spalle ma con un'esperienza sufficiente per affrontare questo ruolo non facile e particolare, in cui occorrerebbe anche avere un certo phisique du role: il conte di Sassonia è un uomo contesissimo.

Qual è l'opera che le è rimasta nel cuore, e che non vede l'ora di poter portare nuovamente in scena?

Sono innamorato di due opere in particolare: Andrea Chénier di Giordano, che ho iniziato ad amare prestissimo, quando avevo all'incirca 6-7 anni. Mio padre aveva in casa alcuni dischi di Beniamino Gigli che cantava Andrea Chenier, li ho letteralmente consumati. Ho aspettato il '97 per il mio debutto con quest'opera, dopo anni di carriera, ero emozionato, non l'ho presa a cuor leggero pensando a tutto il tempo passato ad ascoltarla da quando ero piccolo. Ma la più grande soddisfazione è che sono stato identificato come migliore Andrea Chénier degli ultimi tempi dalla critica. Un altro ruolo a cui sono affezionato è quello di Cavaradossi nella Tosca di Puccini. È forse la parte che ho cantato di più, e conservo un bellissimo ricordo della rappresentazione del 2010 proprio a Genova con Daniela Dessì: fu un grande successo di pubblico, la conferma che questa città mi ha sempre regalato grandi soddisfazioni.

Che consiglio darebbe a un giovane che vuole intraprendere la sua carriera?

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Quando ho iniziato, il mondo dell'opera offriva molte opportunità e c'erano maestri preparati che avevano un grande senso di responsabilità verso i giovani: oggi c'è troppa fretta. La lirica ha le sue regole, bisogna impararle  e rispettarle per preservarsi una carriera di soddisfazioni. Altrimenti il rischio è bruciarsi troppo presto.
Bisogna fare attenzione ai ruoli da scegliere, e saper capire quando occorre riposarsi. Oggi si canta troppo di continuo, è negativo: ci sono pochi giorni di riposo, i miei più grandi maestri mi dicevano che non si può cantare tutti i giorni. Dopo una recita, ci vogliono almeno due giorni per far riposare voce, fisico, mente. Il mio consiglio è: non abbiate fretta, non bruciatevi, e assaporatevi meglio tutti i momenti della vostra carriera. Il tempo passa già veloce di suo, è inutile accelerare, godiamoci il momento.
Ascoltiamo con spirito critico chi ha cantato prima di noi, impariamo, cerchiamo di carpire i segreti del suo successo. Ma ascoltiamo anche ciò che ci suggeriscono il nostro corpo e la nostra voce, che è lo strumento per noi più importante. La voce non possiamo riporla come fosse un violino, vive con noi, ci manda segnali, per questo torno a dire che occorre osservare quelle regole che i nostri maestri rispettavano con rigidità, che possono sembrarci fuori dal tempo, ma d'altronde ogni genere musicale ha le sue regole. E quello della lirica è un mondo "slow", non bisogna avere fretta: solo così si andrà incontro a una piena soddisfazione. 

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