"Play Strindberg" al Teatro della Corte

Undici round sul ring della vita coniugale. Lo svizzero Dürrenmatt rilegge Danza macabra di Strindberg e gioca sul tema della famiglia con tutte le armi che gli sono proprie: il sarcasmo, l’ironia che trascolora nel grottesco, il gusto del comico, ma anche la violenza del linguaggio.

Play Strindberg nasce al Teatro di Basilea nel 1969 e la commedia fu scritta da Friedrich Dürrenmatt, che a quel tempo faceva parte della direzione del teatro, proprio perché – pur affascinato dalle possibilità interpretative che Strindberg aveva ideato per gli attori di Danza macabra – era profondamente insoddisfatto delle traduzioni e degli adattamenti esistenti. Così Dürrenmatt affronta egli stesso quella materia: e il risultato si rivela molto più di un adattamento. Rimangono i tre protagonisti del testo strindberghiano – il capitano, la moglie e il cugino/amante – ma l’azione si svolge ora sotto le luci glaciali di un ring, in undici round intervallati dai gong. Come scrive il regista Franco Però: «Il riso e il pugno allo stomaco, il sorriso e l’amarezza si alternano continuamente su questo palcoscenico-ring, riportando davanti agli occhi dello spettatore gli angoli più nascosti di quel nucleo, amato od odiato, fondamentale – almeno fino ad oggi– delle nostre società: la famiglia».

«Il risultato dell’adattamento di Dürrenmatt – commentava il traduttore Luciano Codignola – è un’opera drammatica unitaria, serrata, densa, coerente sul piano stilistico, perfettamente sviluppata come costruzione e di una modernità stupefacente. Al regista e agli interpreti Dürrenmatt ha fornito un pezzo di bravura, una struttura aperta dove possa esercitarsi il virtuosismo degli interpreti. Da questo testo, apparentemente così scarno, si può trarre uno spettacolo da togliere il fiato, qualcosa che in questi ultimi tempi s’era avuta solo con Chi ha paura di Virginia Woolf?».

Nato nel 1921 a Berna, e morto a Neuchâtel nel 1990, Dürrenmatt – autore più volte rivisitato dal Teatro Stabile di Genova – si impone come uno dei maggiori interpreti della cultura moderna, che tratteggia e analizza nelle sue opere con sguardo rigoroso e razionalmente scettico, incline al paradosso e anche alla polemica. L’arma del grottesco, del sarcasmo virtuosisticamente manipolato gli serve per smascherare con un sorriso l’ipocrisia del suo tempo. Forte della lezione dell’espressionismo, nonché di una personale maestria nell’uso del linguaggio e delle strutture drammaturgiche Dürrenmatt affascina con una scrittura forte ed essenziale, allusiva e dal respiro universale.

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