"Come se mi avessero spinto qui" al teatro dell'Ortica

La violenza nascosta, quella che rimane dentro l’ambito famigliare, che diventa consuetudine, abitudine, che non si manifesta, che rimase chiusa dentro un perimetro di clausura e non si fa riconoscere. Ma lascia segni.

Se potessimo guardare le parole di Lino e Marta vedremmo parole quotidiane, semplici, banali; assisteremmo a dialoghi ordinari, nessun nascondiglio nel loro orizzonte, nessun significato suggerito. Nessuna ribellione.

Hannah Arendt descrisse la banalità del male. La violenza famigliare segue lo stesso cammino: è banale. Diventa consueta. Ovvia. Non cerca spiegazioni o soluzioni. Si diventa violenti come si diventa una qualunque altra cosa. Come se fosse un destino che spetta ad una parte dell’umanità.

Lino e Marta sono bagnanti che restano sempre in superficie, non prendono aria per mettere la testa sotto, raccolgono quello che galleggia, che affiora, senza cercare radici.

La violenza fa accettare la rinuncia a sé. La fa diventare una scelta possibile. Fa sembrare una mezza frase di ribellione, un riscatto. Ci fa sentire che c’è bisogno di lei. Ci fa sentire necessari a qualcuno.

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