Antropolaroid, in scena la "fotografia" di una famiglia siciliana

Dopo il grande successo avuto nella Stagione di apertura dell’Altrove, ritorna lo spettacolo rivelazione di Tindaro Granata.

Un’opera di poesia popolare, pluripremiata da pubblico e critica. Una saga familiare raccontata con una leggerezza ed un’ironia che ne restituiscono tutta la tragicità. Si ride, ci si commuove, ci si affeziona ai numerosi personaggi che sono raccontati con la semplicità di piccoli gesti, piccoli accorgimenti scenici che li rendono presenti, vivi e pulsanti sulla scena.

Antropolaroid è la fotografia di una famiglia siciliana, una polaroid umana che si snoda attraverso la voce e il corpo di Tindaro Granata. Le storie tramandate inconsapevolmente dai nonni di Tindaro, diventano lo spunto originalissimo e poetico per un racconto popolare in cui la famiglia, insieme alla storia di un paese, sono i protagonisti. Personaggi e voci  prendono vita esclusivamente con l’aiuto del corpo dell’interprete, solo ad abitare la scena vuota. L’attore-autore si distacca dal modello originario di tradizione orale del “Cunto” senza però prescinderne, dando vita ad una lingua sconosciuta, un dialetto siciliano ricco di detti familiari, voci antiche, memorie sonore della sua terra d’origine. Senza artifici scenografici, i personaggi di Tindaro si alternano, si sommano, si rispondono, legati a un comune cordone ombelicale. Creano la storia di una famiglia italiana, in cui il male si perpetua come un’eredità misteriosa tramandata da padre in figlio, un male che si presenta ad ogni nascita e ad ogni morte.

Definire Antropolaroid non è semplice, ad oggi non c’è nulla di paragonabile al lavoro originalissimo di Tindaro Granata. Forse dovremmo chiamare in causa Charlie Chaplin, ma anche il teatro dei racconti e dei proverbi della terra sicula, o semplicemente un lavoro sulle figure, la musica, la memoria. Ci avvaliamo allora delle parole dell’autore che definisce Antropolaroid: “uno spettacolo di poesia popolare”. Poesia è la parola adatta per l’atmosfera, la fascinazione, suscitate dalla visione del lavoro di Tindaro. Lo spettatore è accompagnato con grazia e ironia dentro una saga familiare dai contorni a tratti grotteschi, a tratti delicatissimi in cui corpo e parola danno vita alla “memoria”.

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