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Cronaca

Maxi inchiesta e voto di scambio, Toti: "400 voti su 380mila, nessuna utilità"

Il presidente della Regione ha presentato una memoria difensiva, ecco cosa ha detto sul rapporto con i fratelli Testa e sui presunti favori in cambio di voti

È durato circa nove ore l'interrogatorio del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti nella giornata di giovedì 23 maggio 2024 nell'ambito della maxi inchiesta della Procura di Genova sulla corruzione in Liguria. Il governatore ha risposto alle 180 domande dei pm Federico Manotti e Luca Monteverde fornendo anche una memoria difensiva di 17 pagine, nelle quali fornisce la propria versione dei fatti sulle accuse mosse dagli inquirenti.

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Toti respinge le accuse 

Toti afferma di avere agito politicamente "nella unica prospettiva di servire il bene e l’interesse comune dei cittadini liguri e delle loro istituzioni", che "ogni intervento a favore delle iniziative economiche è stato pubblico" e che "ogni dazione di denaro è avvenuta nella massima trasparenza". Rivendica poi quanto fatto nell'arco della presidenza: "È da una visione di ampio respiro - afferma - che si può apprezzare la nostra visione politica e comprendere appieno come tutte le mie azioni (anche quelle contestate) siano state ispirate, certamente dalla giusta attenzione verso le imprese operanti sul territorio, ma nell’unica prospettiva della tutela dell’interesse collettivo e del suo progresso. La politica di apertura verso il mondo della Impresa, la necessità di rendere più celeri e semplici gli investimenti, sia pubblici che privati, considerati interesse pubblico del territorio, l’importanza di modernizzare il Porto di Genova, anche in collaborazione e concorso con i grandi operatori della logistica (che in un mercato competitivo debbono essere invogliati a utilizzare lo scalo ligure) l’attenzione con cui l’amministrazione monitora e ove necessario sollecita il disbrigo delle pratiche (ovviamente nel pieno e trasparente rispetto della legge e delle procedure), l’esigenza di aprire alla concorrenza il mercato, anche della grande distribuzione, insomma accelerare la crescita economica del territorio e il suo benessere anche attraverso specifiche politiche di attenzione ben volute e spesso reclamate dai cittadini e dal mondo delle imprese". 

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Sul presunto voto di scambio

Tra le pagine della memoria difensiva emerge anche la versione dei fatti sul presunto voto di scambio con i fratelli Italo Maurizio e Arturo Angelo Testa, indicati come rappresentanti della comunità riesina di Genova, accusati di corruzione elettorale al fine di agevolare l’attività di Cosa Nostra. Tra le contestazioni mosse c'è quella di "aver promesso posti di lavoro e il cambio di un alloggio di edilizia popolare per convogliare i voti degli elettori appartenenti alla comunità riesina di Genova e comunque siciliani verso la lista Cambiamo con Toti Presidente".

"Sono 400 voti su 380mila"

Toti afferma: "Vinsi le elezioni con circa 380 mila voti. Il sostegno della comunità Riesina si sostanzia, nelle indagini, con una certa approssimazione, di 400 voti, giusto per proporzione e per capire che l’apporto non è tale da turbare l’equilibrio democratico del voto, per altro particolarmente irrilevanti nel caso del candidato, Ilaria Cavo, a cui viene attribuito il mio appoggio". E ancora: "I fratelli Testa venivano presentati come attivisti politici con incarichi in Regione Lombardia da due onorevoli. Nel loro curriculum vi erano incarichi politici legati alla Giunta regionale lombarda. Entrambi gli Onorevoli (Sorte e Benigni) ne garantivano le qualità personali. Il fatto di essere riesini e loro rappresentanti non può equivalere a essere considerati come persone di malaffare. Analoga attenzione a gruppi organizzati rappresentanti cittadini di comune estrazione (Lucani, calabresi nel mondo) è prestata dalla politica di ogni colore al fine di raccoglierne il consenso".

"Non sapevo delle promesse, ma non hanno avuto nessuna utilità"

Il presidente della Regione spiega di aver incontrato i fratelli Testa al massimo due volte e che "Il loro interesse era rivolto all’attenzione possibile per una comunità, quella Riesina, spesso soggetta a tutte le difficoltà legate a immigrazione e integrazione in regioni diverse". Conferma di aver dato mandato ai suoi collaboratori "di dare loro attenzione nei termini di legge. Ma mai di offrire utilità in cambio di voti. La mera generica promessa di una condizione personale e sociale migliore non può essere considerata quale merce di scambio ma consueto frutto dell’attività politica, specie in periodo elettorale". Il presidente della Regione sostiene di non aver saputo delle promesse fatte "ad alcuni (limitatissimi) componenti della comunità, la segnalazione a imprese private di taluni di loro in qualità di muratori o manovali (per altro mai assunti), tale attività se fosse stata da me conosciuta, e non lo era, senza essere stato io al corrente di eventuali accordi precedenti, sarebbe stata interpretata come sostegno a persone di difficoltà. E anche la richiesta di spostamento di residenza da una casa popolare all’ altra (per altro già assegnata) appare come mero sostegno informativo a una persona dalle evidenti scarse capacità nel destreggiarsi nella pubblica amministrazione. Spostamento per altro non ci risulta mai avvenuto". Insomma, afferma Toti, la comunità Riesina non avrebbe avuto nessuna utilità in termini di posti di lavoro o altro e sulle intercettazioni: "Trattandosi come si evince dalle stesse indagini di persone insistenti per comportamenti ed espressioni, possibile che alcune battute anche tra me e lo staff siano state interpretate fuori dal contesto con cui il tema dei riesini veniva affrontato nelle riunioni". 

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