Cronaca

Torre Piloti, in aula la rabbia dei familiari: «Assassini»

Pene dimezzate per gli imputati nel processo sulla tragedia di Molo Giano, in cui hanno perso la vita 9 persone. Assolto il responsabile degli armamenti della Messina, i parenti esplodono: «Vergogna, non finisce qui»

«Non me l’hanno ucciso, me l’hanno torturato»: accasciata sui gradini di Palazzo di Giustizia, dopo interminabili ore di tensione in attesa della sentenza sul crollo della Torre Piloti, Adele Chiello Tusa, la mamma di Giuseppe, l’ufficiale di Capitaneria morto sotto le macerie, abbassa momentaneamente lo scudo che l’ha difesa e sorretta negli ultimi 4 anni e cede alla disperazione.

Pochi minuti prima, in un'aula del tribunale di Genova, il gip Silvia Carpanini ha letto la sentenza di primo grado confronti dei 7 imputati, accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose plurime e disastro colposo: una condanna, questo sì, ma per i familiari delle vittime insufficiente, ingiusta, iniqua.

Le pene, infatti, sono state di fatto tutte dimezzate: 10 anni e 4 mesi al comandante della Jolly Nero, Roberto Paoloni (condannato anche per falso ideologico), 8 anni e 6 mesi al primo ufficiale Lorenzo Repetto, 7 anni a Franco Giammoro, direttore di macchina, e 4 anni e due mesi ad Antonio Anfossi, pilota del porto, cui sono state riconosciute le attenuanti generiche.

Proprio Anfossi, unico imputato presente in aula, è stato accerchiato e insultato dai parenti delle 9 vittime al termine della lettura della sentenza: «Siete degli assassini, vergogna», hanno urlato padri, madri, fratelli, sorelle, compagni in lacrime, e ancora «Avete ucciso 9 persone, criminali». Ulteriore affondo, l’assoluzione di Giampaolo Olmetti, responsabile degli armamenti della società Messina, per cui la procura aveva chiesto 17 anni.

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Proprio per l’operato della Procura, Adele Chiello Tusa (cui è stato riconosciuta una provvisionale di 330mila euro) ha spezzato una lancia in favore: «Ha lavorato bene, soprattutto da quando si è insediato il procuratore capo Cozzi. Le indagini sono progredite, e infatti è venuto fuori tutto il marcio (il riferimento è all’inchiesta sui presunti favoreggiamenti da parte dei funzionari del Rina e della Capitaneria di Porto per il rilascio delle autorizzazioni alle navi, ndr). Ma oggi non è stata fatta giustizia, e di certo non mi fermerò qui: fatemi riposare una settimana, il colpo è stato troppo duro, ma poi tornerò in prima linea».

Con lei anche gli altri familiari delle vittime, tra cui anche Barbara Cecconi, sorella di Michela, vedova del 44enne Michele Robazza, anche lui pilota del porto: «Mia sorella ha presenziato a ogni singola udienza, le sono state fatte delle offerte, ma ha sempre rifiutato proprio per dare un segnale forte, e dimostrare ai suoi due figli che c’è giustizia - ha commentato a pochi minuti dalla lettura della sentenza - Oggi non è potuta venire perché non è stata bene, ma forse è stato meglio: sarebbe sicuramente svenuta. Ora bisogna dirglielo, a lei e ai suoi figli. Che messaggio gli diamo? L’ingiustizia ha trionfato».

La promessa di «andare avanti» e procedere con gli altri gradi di giudizio è stata confermata da Alessandra Guarini, avvocato di Adele Chiello Tusa: «Abbiamo ottenuto un quarto di giustizia, ce ne mancano tre quarti. Il giudice ha concesso clamorosamente l’assoluzione a Olmetti, che abbiamo sin da subito ritenuto responsabile non solo giuridico ma anche morale di questa tragedia. La sua assoluzione è inaccettabile, e chiederemo alla procura di ricorrere in appello. Pensavamo che la condanna a 16 anni di Francesco Schettino per il naufragio della Costa Concordia avesse fissato una sorta di “asticella”, ma in questo caso non è andata così, e la delusione è doppia».

Tornando nel dettaglio alla sentenza, tutti gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali, e per Paoloni e Giammoro è stata disposta l’interdizione temporanea dai pubblici uffici per la durata della pena. Repetto, Anfossi e Giammoro sono stati tutti condannati al pagamento del risarcimento danni da stabilire in sede civile, mentre la società Ignazio Messina è stata ritenuta responsabile dell’illecito amministrativo e condannata a pagare una sanzione di un milione e 50mila euro. Assolta invece Cristina Anfosso, terzo ufficiale della Jolly Nero.

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