Non può vedere il nipotino, anziano si toglie la vita. La psicologa: «L'isolamento è la cosa più atroce»

La tragedia a Savona, dove un anziano si è gettato dalla finestra lasciando un biglietto in cui rivelava la sua disperazione: «Gli anziani rintanati in casa come fanno a immaginare il futuro?»

Separato dall’adorato nipotino, e solo, un anziano savonese si è tolto la vita: la notizia arriva a un mese dal “lockdown” nazionale finalizzato a contenere il contagio da coronavirus, un momento in cui le tensioni sociali sono ormai arrivate a livelli altissimi e in cui la permanenza tra le mura di casa, e il forzato isolamento, stanno avendo conseguenze in certi casi molto pesanti sulla psiche e sul benessere psicofisico di tutti.

Il nonno savonese si è tolto la vita buttandosi dalla finestra di casa sua. «Non riesco a vedere il mio nipotino. Non ha più senso vivere così», ha scritto su biglietto lasciato in casa. Una caso limite, che con il protrarsi delle misure di isolamento - una proroga ormai quasi certa, stando alle ultime indiscrezioni trapelate al governo - rischia di non rimanere isolato. Tra gli anziani soprattutto, l’isolamento e l’impossibilità di vedere i propri cari si fa sentire con più intensità, come conferma anche la psicologa Isabella Donati associata al Cstcs di Ippolito d’Aste.

«Senza carezze e senza abbracci, è la condizione di tutti noi ma soprattutto dei nostri anziani, i soggetti fragili delle cronache, con patologie pregresse o senza, sia che siano reclusi a casa "protetti" dalla vicinanza di figli e nipoti, sia che siano ricoverati senza fiato a respirare ossigeno dentro caschi,  astronauti in mondo ignoto e desolato - spiega Lonati - L'alienazione dagli affetti è l'unica forma di tutela dal contagio, necessaria anche nella malattia e nella morte. Questo, più di ogni altra cosa, è l'aspetto più atroce di questa pandemia».

La fragilità, però, non è solo biologica e non riguarda soltanto il fisico, ma anche lo spirito: «La solitudine, la reclusione, la mancanza di speranza e di prefigurare un futuro è un dramma che mina anche la resistenza del corpo - conferma la psicoterapeuta - Quanti racconti strazianti ci vengono dalle corsie d'ospedale e tutti noi abbiamo immaginato che un anziano solo e spaventato se fosse stato supportato da un affetto avrebbe provato a resistere. E gli anziani che sono rintanati in casa ,dove l'unica presenza è la televisione con i suoi incessanti bollettini, come fanno a immaginare il futuro? Noi ci chiediamo quando potremo ricominciare a lavorare, ma per  loro attualmente si prefigurano solo scenari di solitudine. Non solo non possono vedere i parenti ma nemmeno sedersi su una panchina a chiacchierare. Nessuno immagina quanto potrà essere sostenibile un tale isolamento, e questo fatto  di cronaca ci trasmette un allarme importante»

Nelle residenze sanitarie, in particolare, si fa ricorso alla tecnologia con smartphone e tablet con cui accorciare almeno virtualmente le distanze e vedere su uno schermo gli affetti, ma «non può colmare le distanze fisiche, e certo l'accesso alla rete è privilegio di pochi . conclude Donati -Senza la possibilità di vedere il domani, la disperazione prende il sopravvento. La fase due di cui tanto si parla  dovrebbe quindi contemplare un progetto sugli anziani, che devono sapere che sono pensati in un domani che consenta vicinanza in sicurezza mettendo in campo  tecnologia e immaginazione per salvare l'anima oltre al corpo».

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