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Delitto di Pontedecimo, così è stato ucciso Francesco Larosa: cronaca di un pomeriggio di follia

In carcere con le accuse di omicidio aggravato e tentato omicidio plurimo aggravato c'è Roberto Bruzzese, parente della vittima: una faida familiare che si trascinava da danni, terminata nel più sanguinoso degli epiloghi

Una faida familiare che si trascinava ormai da anni, finita con un epilogo sanguinoso che ha scosso un intero quartiere e causato la morte di una persona e il ferimento grave di altre due: Francesco La Rosa, 65 anni, conosciuto a Pegli per il suo lavoro di parrucchiere, colpito al collo da una coltellata che gli è stata fatale, il figlio 17enne, raggiunto anche alla milza, e la moglie, Maria Teresa Bruzzone, ricoverati in gravi condizioni all’ospedale San Martino e, dopo un intervento d’urgenza nella notte, attualmente in prognosi riservata anche se non in immediato pericolo di vita.

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L’astio, tra le famiglie Bruzzese e Larosa, affonda le radici nel passato: in via Tecci, una traversa di via Semini, a Pontedecimo, si sono trasferite anni fa da Mammola, un paesino in provincia di Reggio Calabria, e nel capoluogo ligure è nato Roberto Bruzzese, il 43enne che ha sferrato la coltellata letale a Francesco Larosa. La cronaca del pomeriggio insanguinato è tutta su nastro, grazie alle telecamere di sorveglianza che proprio i Larosa avevano fatto installare a protezione della proprietà e che gli agenti della Squadra Mobile di Annino Gargano hanno immediatamente requisito e passato vaglio. 

Tutto nasce, come spesso accade, da una lite banale: nel pomeriggio di lunedì Francesco Larosa scende nel vialetto che porta alla sua abitazione, condiviso con i Bruzzese, e incomincia a scavare alcuni buchi per piantare paletti e segnare i confini della proprietà. Vincenzo Bruzzese si affaccia al balcone, nota quanto sta accadendo e incomincia la discussione, che coinvolge tutta la famiglia e che spinge i Larosa a chiamare i vigili urbani di Pontedecimo, sotto i cui occhi si consuma la tragedia. Prima a voce, con insulti e minacce, poi si passa alle maniera forti: Vincenzo Bruzzese, fratello di Roberto, si avvicina a Francesco Larosa, il figlio 17enne interveniene e lo spinge, lui finisce a terra, e da quel momento tutto degenera. Roberto tira fuori il coltello che ha con sé e si scaglia nella mischia, colpisce prima Maria Teresa, moglie di Francesco La Rosa, poi il figlio, che tenta di difendere il padre lanciando un pezzo di mattone raccolto da terra, poi la figlia, Bruna, 32 anni, colpita alla gamba e al torace e poi ricoverata in osservazione al Galliera. Infine il colpo fatale a Larosa stesso, raggiunto al collo, che si accascia a terra ferito a morte.

A quel punto Roberto Bruzzese capisce la gravità di quanto accaduto: consegna il coltello alla moglie, che lo nasconderà nel box insieme con la sua maglietta, strappata e insanguinata, che tenterà di bruciare prima dell’arrivo della polizia, poi fugge verso le colline. Sul posto arrivano le ambulanze, con i militi che provano inutilmente a rianimare Larosa e soccorrono il figlio 17enne, la figlia e la moglie, e gli agenti della Squadra Mobile, che si lanciano subito all’inseguimento del fuggitivo. Lo trovano poco dopo in un casolare a 700 metri di distanza, con indosso abiti puliti, e gli chiedono subito conto del coltello. Bruzzese inizialmente prende tempo, li porta fuori strada, rivela di averlo gettato in un torrente, ma gli investigatori impiegano poco a mettere sotto torchio la moglie e a trovare l’arma del delitto, ancora con i segni di bruciature per il tentativo di far sparire tutto.

Al termine del pomeriggio insanguinato, in via Tecci regnano il caos e la disperazione: a terra è rimasto il corpo di Francesco Larosa, coperto da un lenzuolo, mentre i familiari sono già stati portati in ospedale, la famiglia Bruzzese vede Roberto salire sull’auto della polizia diretto in questura, mentre Carmelo Bruzzese, 77 anni, padre di Vincenzo Roberto, accusa un malore e viene a sua volta portato in ospedale per un controllo. Una volta nella stanza degli interrogatori, Bruzzese si chiude nel mutismo e si avvale della facoltà di non rispondere. Non confessa, preferisce rimanere in silenzio, nonostante che gli agenti della Mobile e il magistrato gli mostrino i video in cui si vede chiaramente la sequenza degli eventi. Portato in carcere, su di lui pendono le accuse di omicidio aggravato e tentato omicidio plurimo aggravato per i fendenti che hanno raggiunto i figli di Larosa e la moglie.

Scavando più a fondo, gli investigatori portano alla luce un passato di denunce, esposti e chiamate frequenti alla Municipale e ai carabinieri per litigi e discussioni, una delle quali aveva anche visto i militari sequestrare alcune armi detenute senza permesso e mai registrate. Anni di astio, degenerati nel più sanguinoso degli epiloghi.

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