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Domenica, 28 Novembre 2021
Cronaca Valbisagno / Salita San Giacomo di Molassana

Delitto di Molassana: le ultime, disperate 24 ore di Davide Di Maria

Con l'arresto di Christian Camilo Beron Tovar, uno degli amici del 28enne ucciso, si fa sempre più chiaro lo scenario in cui si è consumato il delitto: ecco cosa hanno ricostruito sino a oggi gli investigatori

Davide Di Maria, “Davidino” per chi lo conosceva, aveva paura. E come lui ne avevano anche il 30enne senegalese Mor “Marco” N’Diaye, e il 26enne di origini colombiane Christian Camilo Beron Tovar, soprannominato “Escobar” nell’ambiente che frequentava. Avevano paura, perché avevano contratto un debito di diverse migliaia di euro con Guido Morso, 34enne ultrà genoano, e di conseguenza con il padre, Vincenzo, considerato uno dei referenti delle cosche mafiose di Gela a Genova. Ed è per questo che nei giorni e nelle ore precedenti all’incontro, convocato proprio con Morso in quell’appartamento di salita San Giacomo, sulle alture di Molassana, e culminato con la morte di Di Maria, i tre amici si erano dati a una disperata ricerca del denaro necessario per ripagare almeno in parte il debito, legato a una partita di hashish che, secondo gli investigatori, sarebbe stata stoccata in un box di proprietà di Beron Tovar, ripulito grossolanamente prima che la polizia procedesse con la perquisizione.

Ma andiamo con ordine, seguendo ciò che gli agenti della Squadra Mobile, coordinata da Annino Gargano, hanno faticosamente ricostruito tentando di districarsi tra incongruenze, omissioni e menzogne: è la mattina di venerdì 16 settembre quando il 28enne Di Maria, Marco N’Dyaie e Beron arrivano in piazza Alimonda, alla Foce, dove incontrato Guido Morso. Un incontro finalizzato a chiarire, e a sventolare una simbolica bandiera bianca assicurandogli che il debito sarebbe stato ripagato a breve. I quattro concordano di incontrarsi il pomeriggio successivo, quello di sabato, nell’appartamento del senegalese a Molassana: mancano poco più di 24 ore alla morte di Di Maria, che con gli amici inizia a pensare a come recuperare il denaro necessario.

Ed è allora, forse, che prende forma il piano: Beron si mette in contatto con un conoscente cui in precedenza aveva già venduto hashish, gli chiede un incontro per il pomeriggio per vendergli ulteriore droga, e al suo rifiuto entra in azione con N’Diaye e Di Maria. Nel pomeriggio si spostano a Marassi, raggiungono il garage in cui sapevano che il giovane, residente nel quartiere, trascorreva spesso i pomeriggi con un amico ad aggiustare motorini, e vi fanno irruzione: qui trovano solo uno dei due, lo aggrediscono e lo spingono ad attirare l’amico nel box.

Al suo arrivo, scatta l’aggressione: N’Diaye, alterato forse dalle droghe appena assunte, si fa sotto, sui due ragazzi piovono i pugni, talmente violenti da rompere il timpano di uno dei due. Anche Di Maria partecipa, mentre Beron Tovar rimane defilato (come ha fatto anche durante la colluttazione con i Morso). Lo scopo è convincere i due, attraverso la violenza e le minacce, a comprare altra droga da loro, ma soprattutto trovare soldi. Ed è per questo che N’Diaye sfila i portafogli, che contenevano qualche centinaio di euro, e si fa rivelare il codice della carta Postamat di uno dei due, poi manda Beron a ritirare a un vicino bancomat, mentre sorveglia le vittime con Di Maria. Al ritorno dell’amico, i tre si allontanano con circa 1000 euro, strappando la promessa di ottenere altri soldi il lunedì successivo: “Genova è nostra”, è la frase di congedo.

L’appuntamento, il lunedì successivo, non ci sarà: il giorno dopo, sabato, dopo un'ulteriore telefonata di accordo fatta in mattinata Di Maria è nell’appartamento di salita San Giacomo con N’Diaye e Beron. Aspettano Guido Morso, come da accordi, solo che lui non si presenta solo, ma con il padre. Presente, forse, per rimettere in riga i tre giovani, per dare un avvertimento. E la situazione, complice l’indole di N’Diaye, precipita: vengono estratte le pistole, una Magnun di proprietà del senegalese e una semiautomatica portata da Vincenzo Morso, Guido ne afferra una (la Bernardelli 7.65 del padre), spara un colpo a vuoto. Poi salta fuori il coltello, con cui sempre Guido Morso sferra il fendente che sarà fatale a Di Maria, che cade a terra agonizzante.

I due Morso fuggono, N’Diaye, ferito lievemente, e Beron, che nel tentativo di scappare si è ritrovato con il naso rotto da un pugno, attendono la polizia. Il giorno successivo si costituisce Guido Morso, che si accusa dell’omicidio, due settimane dopo, sabato 1 ottobre, è il turno del padre Vincenzo. Nel frattempo in carcere finisce anche Marco N’Diaye, accusato di detenzione e porto abusivo di arma, mentre agli investigatori balza all’occhio la denuncia presentata da un giovane, ricoverato all’ospedale dopo un pestaggio da parte di “tre extracomunitari sconosciuti”, come testimonia inizialmente il ragazzo dal timpano perforato dalle botte di Marco N’Diaye.

Interrogato nuovamente, il giovane ammette di avere riconosciuto in Di Maria uno dei suoi aggressori, così come in N’Diaye e Beron. Che ieri pomeriggio viene arrestato, con l'accusa di rapina pluriaggravata in concorso e utilizzo improprio di carta di credito, e trasferito a Marassi. Il cerchio incomincia dunque a chiudersi sempre di più, confermando la disperata ricerca di soldi del 28enne ucciso e degli amici. Per chiuderlo definitivamente, fondamentale sarà l’interrogatorio davanti al magistrato di Vincenzo Morso, fissato per oggi pomeriggio, e quello dello stesso Beron. E il ritrovamento dell’arma del delitto, il coltello di cui ancora non è stata trovata traccia. Ma lo scenario, per gli inquirenti, si fa sempre più chiaro.

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