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Delitto di Molassana: il debito con Morso, i soldi per la moto e il ruolo di Beron

L'interrogatorio di garanzia del 26enne colombiano ha fornito agli investigatori nuovi elementi su cosa sia accaduto davvero nell'appartamento di salita San Giacomo. Ma restano parecchi nodi da chiarire

Potrebbe essere Christian Tovar Beron la chiave della soluzione del "giallo" di Molassana, facendo chiarezza non soltanto su cosa sia successo nell’appartamento di salita San Giacomo lo scorso 17 settembre e come si sia arrivati alla morte del 28enne Davide Di Maria, ma anche sui giorni precedenti all’omicidio, fondamentali, secondo gli inquirenti, per comprendere il clima in cui si sarebbe sviluppato.

Questo, almeno, è quanto sperano il pm Silvio Franz e la squadra Mobile di Annino Gargano, che sono pronti a interrogarlo e che ormai da tre settimane stanno passando al setaccio tutti gli elementi di prova e le testimonianze disponibili per ricostruire cosa sia davvero accaduto: Beron, operaio 26enne di origini colombiane, è stato arrestato lo scorso lunedì per una rapina commessa il giorno precedente l’omicidio, e con lui sono finiti in carcere tutti i protagonisti della vicenda, dal 34enne Guido Morso, il primo a costituirsi e considerato l’esecutore materiale del delitto, colui che ha inferto la coltellata fatale al torace di Di Maria, al padre Vincenzo, che dopo due settimane di latitanza si è consegnato agli agenti del commissariato di Chiavari, passando per Marco N’Diaye, il 30enne senegalese detenuto dal 22 settembre con l’accusa di detenzione e porto abusivo di arma da fuoco. 

E N’Diaye adesso è accusato anche di avere preso parte alla violenta rapina ai danni di due genovesi nel pomeriggio di venerdì 16 settembre, e cioè meno di 24 ore prima della morte di Di Maria, con lo stesso 28enne e con Beron. Obiettivo, secondo gli investigatori, trovare soldi con cui ripagare il debito di svariate migliaia di euro relativo a una partita di droga contratto con Morso jr. Nell’equazione adesso, stando al primo interrogatorio davanti al gip di Beron, spunta anche una moto, usata da N’Diaye e “requisita” da Guido Morso, forse a garanzia del pagamento della somma dovuta.

Al giudice Ferdinando Baldini, Beron ha raccontato una storia piuttosto confusa: riferendosi alla rapina cui avrebbe partecipato (pur in ruolo marginale, limitandosi a sfruttare la carta di credito sottratta a uno dei due giovani, aggrediti in un garage di Marassi da N’Diaye e Di Maria), ha spiegato che la “mente” del colpo sarebbe stato N’Diaye, che voleva riavere la moto e che, venuto a conoscenza del fatto che le due vittime avevano un debito con Morso, voleva avere materiale di scambio. In estrema sintesi, recuperare lui i soldi dovuti e consegnarli a Guido Morso in cambio della moto. Ma tante, troppe cose non tornano, a partire dalla frenesia con cui i 3 amici, nei giorni precedenti all’incontro con i Morso, si erano mossi per racimolare quanto più denaro possibile. 

E se le ore precedenti all’omicidio di Di Maria sono ancora nebulose, sempre meno lo sono i minuti che lo hanno preceduto: complici le perizie sulle armi trovate (una 357 Magnum attribuita, nonostante i dinieghi, a N’Diaye, e una semi automatica portata molto probabilmente nell’appartamento da Vincenzo Morso) e i rilievi della Scientifica, gli investigatori sono riusciti a ricostruire in parte la successione di eventi culminata con la morte di Di Maria.

Sabato 17 settembre nell’appartamento, per un incontro chiarificatore fissato con il solo Guido Morso, ci sono Di Maria, N’Diaye nel ruolo di mediatore (nonché affittuario dell’abitazione) e Beron, che insieme gestiscono il giro di spaccio che li ha portati a indebitarsi con i Morso. All’appuntamento però si presenta anche Vincenzo, e nel giro di pochi attimi la situazione degenera: N’Diaye li accoglie (stando a quanto raccontano padre e figlio) pistola in pugno, Vincenzo estrae quella che gli investigatori sono certi sia la sua, i due ingaggiano una lotta furiosa che si estende anche a Guido e Di Maria. Le pistole cadono a terra, poi spunta il coltello, con cui Guido (che potrebbe averlo portato con sé) colpisce al cuore il 28enne, che si accascia sulle scale del pianerottolo, e poi si accanisce su N’Diaye, che spinge a terra il padre, e colpisce anche lui.

Infine la fuga, mentre i vicini, terrorizzati, chiamano la polizia. Nell’appartamento rimangono Beron, centrato da un colpo in pieno viso sferrato da Guido Morso, N’Diaye, ferito in modo non grave, e il corpo senza vita di Davide Di Maria.

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