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Delitto di Molassana, Enzo Morso al giudice: «Io disarmato, mi sono solo difeso»

Interrogato dal gip, il 60enne, indagato insieme con il figlio Guido per concorso nell'omicidio di Davide Di Maria, insiste: non ha portato alcuna pistola, e sarebbe stato aggredito per primo

«Mi sono solo difeso, e non ero armato»: questa, in estrema sintesi, la linea difensiva sostenuta davanti al gip Ferdinando Baldini da Vincenzo Morso, uno degli uomini che il pomeriggio di sabato 17 settembre si trovava nell’appartamento di salita San Giacomo, a Molassana, dove Davide Di Maria è stato ucciso in quello che sembra sempre più probabile essere un regolamento di conti legato a un debito di droga. 

Morso, 60 anni e considerato uno degli uomini delle cosche mafiose di Gela a Genova, è in carcere dallo scorso sabato per detenzione di arma abusiva dopo essersi costituito dopo due settimane di latitanza, ha subito l'interrogatorio di garanzia nel pomeriggio di ieri, ed è indagato insieme con il figlio Guido, 34 anni, per concorso in omicidio. Per gli inquirenti sarebbe stato proprio Guido a sferrare la coltellata fatale che ha ucciso Di Maria, 28 anni, nel corso di un incontro sulla carta conciliatorio, ma che nel giro di pochi minuti sarebbe degenerato in violenza. Ed è sulla molla che l’ha fatta scattare che insiste Vincenzo Morso: sarebbe stato Mor “Marco” N’Diaye, uno dei due amici di Di Maria, ad aggredirlo nel vederlo comparire nel suo appartamento sulle alture di Molassana, e sempre N’Diaye avrebbe estratto per primo una delle due pistole ritrovate sulla scena, una 357 Magnum rubata. 

L’altra pistola trovata, una Bernardelli 7.65 con matricola cancellata, l’unica ad avere esploso un colpo (andato a vuoto) per gli agenti della Squadra Mobile di Annino Gargano sarebbe stata portata da Morso Senior. Che però nega, e ripete di essere arrivato all’appuntamento, dove non era atteso, disarmato, e di essere stato colpito più volte da N’Diaye. Il figlio Guido si sarebbe messo in mezzo per difenderlo, sarebbe spuntato il coltello (ancora non ritrovato) e Di Maria sarebbe stato colpito.

Una versione che differisce completamente rispetto a quanto sostenuto da N’Diaye, in carcere dallo scorso 22 settembre per detenzione e porto d’armi abusivo, che ribadisce di non avere avuto alcuna pistola, e di essersi a sua volta difeso dai Morso, Vincenzo in primis, che avrebbe subito tirato fuori la sua arma. La stessa versione sostenuta anche da Christian Beron, 26enne di origini colombiane e altro amico di Di Maria presente nell’appartamento, che lunedì pomeriggio è stato arrestato con l’accusa di avere partecipato a una rapina cui avrebbero preso parte gli stessi N’Diaye e Di Maria il giorno prima dell’omicidio.

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