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Omicidio di Molassana, Davide Di Maria «temeva per la sua vita». Le perizie sulle armi decisive

Nei giorni precedenti alla morte, il 28enne ucciso in un appartamento di salita San Giacomo aveva paura che potesse «succedergli qualcosa». E mentre si cerca ancora Vincenzo Morso, gli investigatori sperano di fare chiarezza grazie alla Scientifica

Davide Di Maria temeva per la sua vita. Era preoccupato, sempre più cupo, sempre più pensieroso, pensieri che non riusciva a tenere per se stesso e che alla fine l’hanno spinto a confidarsi con la fidanzata, una giovane che frequentava da un mese e che lo vedeva sempre più turbato: è lo scenario che emerge dagli interrogatori che la Squadra Mobile coordinata da Annino Gargano sta conducendo a tappeto in questi giorni, per cercare di ricostruire cosa sia realmente accaduto lo scorso 17 settembre, quando in un appartamento di salita San Giacomo, a Molassana, si è consumata la carneficina in cui il 28enne Di Maria ha perso la vita, non per un colpo di pistola, come inizialmente ipotizzato, ma per una coltellata fatale al torace. 

Un quadro che giorno dopo giorno prende sempre più forma, anche se gli aspetti da chiarire sono ancora tanti, a partire proprio dall’arma del delitto, ancora irreperibile, e da chi la brandiva, in quello che assume sempre di più i contorni di un regolamento di conti per un debito di droga: al momento in carcere ci sono il 34enne Guido Morso, ultrà genoano che si è costituito il giorno successivo al delitto e che avrebbe inizialmente ammesso di avere sparato per difendersi dagli amici di Di Maria, incontrati nell’appartamento e armati, e Marco N’Diaye, il senegalese di trent’anni amico di Di Maria che secondo gli inquirenti sarebbe il proprietario della Magnum 357, una delle pistole rinvenute nell’appartamento (di cui lo stesso N’Diaye era affittuario) e l’unica che avrebbe effettivamente esploso un colpo, senza però ferire nessuno.

Ancora latitante invece il 60enne Vincenzo Morso, padre di Guido e identificato come uno dei referenti delle cosche mafiose a Genova che si è dato alla fuga a bordo di una Seicento gialla subito dopo l’omicidio facendo perdere le proprie tracce. Anche lui, come il figlio, è indagato per omicidio aggravato in concorso.

Molti i misteri da chiarire, dunque, anche se una cosa pare chiara: Di Maria aveva paura, e sapeva di essere in pericolo, di essere forse invischiato in qualcosa di più grande di lui, e da qualche mese i rapporti con i Morso erano andati peggiorando, soprattutto quello con Guido. E alla fidanzata l’aveva rivelato, pur senza entrare nel dettaglio e parlando genericamente di problemi sul lavoro, tanto da spingerla a sottolinearlo agli investigatori. 

Su cosa sia accaduto esattamente in quell’appartamento sulle alture di Molassana, invece, aleggia ancora il mistero: di certo c’è che Di Maria e gli amici aspettavano i Morso, come dimostra il fatto che gli avrebbero aperto la porta (cosa confermato anche da Guido durante l’interrogatorio), e che nella colluttazione sarebbero rimasti feriti sia N’Daye sia l’amico, un muratore 26enne di Bogliasco, il primo con alcune coltellate e con il calcio di una pistola, il secondo con un pugno in pieno viso. E lo stesso Vincenzo Morso, che sarebbe stato anche lui ferito al volto.

A fare chiarezza potrebbero essere le perizie scientifiche sulle armi, che stabiliranno quantomeno chi ha maneggiato le pistole e quali hanno fatto fuoco, e quelle sugli altri reperti trovati nell’appartamento, oltre che sulle auto dei protagonisti della vicenda e sullo scooter su cui Guido Morso ha lasciato il luogo del delitto.

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