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Delitto di Lumarzo, la "confessione" di Borgarelli nelle intercettazioni

"Tanto l'ho ammazzato", diceva fra sé il nipote di Albano Crocco, non sapendo di essere intercettato dai carabinieri, che lo hanno arrestato per omicidio aggravato e occultamento di cadavere

Fermato mentre stava andando al lavoro all’ospedale San Martino, dove è impiegato come infermiere, l'occupazione che per anni ha ricoperto lo zio Albano Crocco, l’uomo che, secondo i carabinieri e la Procura, avrebbe ucciso e poi decapitato nei boschi di Craviasco, sopra Lumarzo, dopo mesi di rancore e frustrazione: dopo settimane di indagini, Claudio Borgarelli è stato arrestato e trasferito nel carcere di Marassi, dove nei prossimi giorni verrà interrogato dal magistrato. L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Paola Faggioni gli è stata consegnata nel primo pomeriggio di oggi, e rappresenta una svolta nelle indagini su un delitto che ha sconvolto un’intera vallata.

Le accuse sono pesantissime: omicidio aggravato e premeditato, occultamento e soppressione di parte di cadavere. Un’accusa, quest’ultima, che si riferisce alla scomparsa della testa del pensionato 68enne, tagliata con quella che con tutta probabilità dovrebbe essere la lama di un machete e poi fatta sparire dal killer, che secondo i carabinieri aveva in realtà intenzione di far sparire il cadavere pezzo per pezzo, ma è stato disturbato prima di riuscire a completare l’opera. 

A convincere gli inquirenti della colpevolezza di Borgarelli ci sono tanti, troppi elementi. In primis le intercettazioni ambientali, raccolte negli ultimi giorni, in cui l’uomo, parlando tra sé e sé, avrebbe di fatto ammesso il delitto: «È anche giusto collaborare (con i carabinieri, ndr), tanto l’ho ammazzato», è soltanto una delle frasi pronunciate (e registrate) da un uomo che, secondo i militari del Nucleo Investigativo e Operativo, avrebbe due volti. Da una parte quello mostrato ai media e agli inquirenti, quello calmo e misurato che mai, neppure una volta, ha ammesso eventuali responsabilità; dall’altra quello privato, decisamente meno stabile e lucido, che l’ha spinto ad accanirsi contro lo zio con violenza inaudita, sorprendendolo alle spalle con una fucilata alla schiena mentre cercava funghi nei boschi a poca distanza dalla casa del nipote e poi tagliandogli la testa.

VIDEO | Le immagini di Claudio Borgarelli la mattina del delitto

Tutto proprio a causa della strada che a quei boschi porta, al cui termine sorge la villetta di Borgarelli, e che veniva spesso utilizzata da Crocco e da altri escursionisti e cacciatori per raggiungere i boschi. Fattore scatenante, secondo i carabinieri e il pubblico ministero Silvio Franz, sarebbe stata la decisione di Crocco di eliminare i paletti che Borgarelli aveva messo sulla strada proprio per impedire che venisse percorsa dalle auto, passaggi troppo frequenti che l’uomo avrebbe vissuto come veri e propri affronti.

Un omicidio premeditato, sostengono gli inquirenti, consumato nelle prime ore della mattina dell’11 ottobre. La ricostruzione: Crocco arriva nello spiazzo davanti a casa del nipote intorno alle 7.30, si inoltra nei boschi, Borgarelli lo segue armato, gli spara alle spalle. Poi lo decapita, e trascina il corpo lungo il sentiero per qualche centinaio di metri, forse con l’idea di farlo sparire in un dirupo, tra la vegetazione. Qualcosa però lo disturba: raccoglie la testa, torna a casa, la mette in un sacchetto della spazzatura e sale sul suo furgoncino dirigendosi verso alcuni cassonetti posizionati lungo la strada che porta a Genova, a 5 km di distanza da Craviasco, e da lui mai utilizzati.

Uno spostamento che non avrebbe rivelato ai carabinieri durante gli interrogatori, mettendoli fuori strada sostenendo di avere preso un’altra direzione, e che invece è stato immortalato chiaramente dalle telecamere di sorveglianza: per gli inquirenti la scelta di tenere i sacchetti nell’abitacolo, e non nel cassone, e di avere scelto altri cassonetti sarebbe un ulteriore indizio di colpevolezza, unito ad altre riprese, quelle delle telecamere piazzate davanti a casa dallo stesso Borgarelli. Che lo riprendono, tra le 7 e le 7.30 di martedì 11 ottobre, uscire di casa con indosso una tuta blu mai ritrovata durante la perquisizione, nella mano destra il sacchetto nero, il braccio sinistro tenuto rigido lungo il corpo con un rigonfiamento sospetto nella manica, che potrebbe nascondere il machete. 

Immagini inequivocabili, che in parte smentiscono l’alibi di Borgarelli, e che hanno spinto il gip a firmare l’ordinanza di custodia cautelare insieme con gli altri indizi di colpevolezza, che potrebbero venire rinforzati dagli esiti degli esami del Ris sulle armi trovate nella sua casa, una pistola e un machete (che non sarebbe però l’arma del delitto), su diversi capi di abbigliamento. E soprattutto sugli abiti del povero Crocco, su cui è stato trovato materiale biologico da cui ricavare un profilo genetico da comparare con quello del nipote. Che oggi trascorre la sua prima notte in carcere.

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