Cronaca Borgoratti / Via Nicolò Copernico

Omicidio delle forbici, ergastolo confermato per Angelo Sechi: «Finisce un incubo»

La Cassazione ha confermato la condanna dell'uomo che, il primo ottobre 2013, uccise barbaramente la 90enne Giovanna Mauro in un tentativo di rapina. L'intervista di Genova Today alla nuora

«In pace no, quello mai. Però il senso di giustizia sì, quello ce l’hanno restituito». A parlare, con la voce incrinata dai ricordi, è Carolina Colombi, nuora di Giovanna Mauro, la pensionata novantenne che il primo ottobre del 2013 venne barbaramente uccisa nel suo appartamento di via Copernico, a Borgoratti, da un uomo che le si accanì contro con dodici colpi di forbice per derubarla della pensione che, in una terribile ironia della sorte, quella mattina la donna non aveva ancora fatto in tempo a ritirare. Il bottino del brutale omicidio, alla fine, si ridusse a poche decine di euro e a un ciondolo d’oro.

«L’assassino, ora lo posso finalmente dire, però non lo sapeva. E alla fine mia suocera è morta per pochi spiccioli». L’uomo cui si riferisce la moglie di Giuseppe Mori, figlio della vittima, è Angelo Sechi, all’epoca residente nello stesso palazzo di Giovanna Mauro, una sorta di tuttofare per il condominio, primo e unico sospettato per l’omicidio. Lo scorso 21 marzo la Cassazione lo ha condannato all’ergastolo, confermando la sentenza emessa nei primi due gradi di giudizio.

«Per noi finisce un incubo. Al termine del primo grado di giudizio, Sechi uscendo dall’aula dopo la condanna si era rivolto a mio marito con una frase che ci ha gettato nel terrore: “Bravo, bravo”, aveva detto, “Ci rivediamo presto, stai tranquillo”». Una minaccia che aveva spinto Mori e la moglie a rivolgersi prima alla polizia per fare denuncia, e poi al Giudice di Pace, che lo scorso novembre ha dato loro ragione condannando Sechi a pagare una multa. La condanna più importante, però, è arrivata pochi giorni fa: «I giudici hanno rigettato interamente la richiesta dell’avvocato difensore - racconta Carolina Colombi - Sechi si è sempre professato innocente, eppure le prove contro di lui erano schiaccianti».

La ricostruzione

In particolare, a inchiodare il tuttofare allora 56enne è stato il dna trovato sotto le unghie di Giovanna Mauro, che durante l’aggressione ha cercato di difendersi graffiando il suo assassino: «Il pensiero di cosa abbia passato mia suocera in quei momenti è quello che mi tormenta di più, non mi fa dormire la notte - si sfoga ancora Carolina Colombi - Immaginare una donna di 90 anni, indifesa, ritrovarsi davanti un uomo che non si è fermato davanti a nulla pur di trovare i soldi, agghiaccia me e mio marito. Per lui è diventata quasi un’ossessione, si è letto tutti i documenti disponibili, aveva bisogno di avere risposte».

Qualcuna, Giuseppe Mori, l’ha trovata nella ricostruzione che la squadra Omicidi della questura di Genova aveva fatto delle ultime ore di Giovanna “Nina” Mauro, che ha portato prima all’arresto e poi alla condanna di Angelo Sechi, attualmente detenuto a Pontedecimo: per gli investigatori l’uomo, che ormai conosceva bene le abitudini della pensionata (aveva anche svolto alcuni lavoretti come imbianchino e idraulico nel suo appartamento all’ultimo piano), la mattina dell’1 ottobre 2013 l’aveva tenuta d’occhio e poi aspettata sul pianerottolo. 

Con una scusa era riuscito a entrare in casa, e una volta dentro aveva subito puntato alla borsa, dove la donna avrebbe dovuto custodire la pensione. Giovanna, però, si era accorta della manovra e aveva tentato forse di fuggire, di chiedere aiuto, ritrovandosi sotto i colpi di forbice impugnate da mani guantate; guanti, hanno scoperto gli investigatori, comprati la mattina del delitto, forse proprio per non lasciare tracce in casa della donna.

L'arresto

L’arresto era arrivato l’11 gennaio, 3 mesi dopo il delitto, e da allora Sechi è stato sottoposto a tutti e tre i gradi di giudizio, con un verdetto sempre identico: ergastolo. La vicenda, però, potrebbe non chiudersi qui, perché nelle prossime settimane è possibile che vengano riaperte le indagini: «Abbiamo sempre sospettato che Sechi non potesse avere agito da solo - spiega Carolina Colombi - Innanzitutto, come ha potuto lasciare l’appartamento di mia suocera, coperto di sangue com’era, senza essere notato dalla convivente, che lo aspettava a casa?». 

La donna ha sempre testimoniato di non avere notato alcun segno del delitto appena avvenuto, e di non avere mai avuto sospetti. Eppure le prove della Scientifica potrebbero riaprire nuovamente il caso, almeno per quanto riguarda la complicità: sul davanzale dell’appartamento di Sechi, dove venivano abitualmente stesi i panni, i tecnici hanno scovato materiale biologico che ha reagito al luminol.

Il mistero dei complici

Forse tracce di sangue, colato dagli abiti stesi ad asciugare dopo essere stati lavati: «Non sappiamo cosa succederà, ma abbiamo già preso contatti con la Procura. Vogliamo giustizia sino in fondo, non soltanto perché si tratta di una persona che amavamo, ma anche perché è importante che di questa storia, che è poi un ennesimo femminicidio, si parli». Carolina Colombi, dal canto suo, ha provato a farlo mettendo su carta la vicenda: «Ho scritto e pubblicato un libro, un po’ per processare quanto ci è accaduto, un po’ per far sì che non si dimentichi. Come si intitola? "Dodici colpi di forbice"».

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