Omicidio di Molassana, Beron in aula: «Morso aveva un coltello»

Momento della verità per il 31enne di origini colombiane, presente nell'appartamento di Marco N'Diaye al momento della rissa che ha portato alla morte di Davide Di Maria

Davide Di Maria, la vittima, con Marco N'Diaye

«Non ricordo nel dettaglio la sequenza, ma ricordo benissimo che Guido Morso aveva in mano un coltello, e l’ha usato per colpire Marco N’Diaye, che stava lottando con Vincenzo Morso». È categorico, Cristian Beron, mentre ricostruisce quanto accaduto il pomeriggio del 17 settembre del 2016 nell’appartamento di Molassana in cui è stato ucciso, proprio con una coltellata, l’amico Davide Di Maria, 28 anni. Una dichiarazione che segna un punto fondamentale in un processo in cui unico imputato con l’accusa di omicidio è proprio Guido Morso, ma in cui a oggi non si è ancora riusciti a fare chiarezza sulle esatte responsabilità, e soprattutto su dove sia finita l’arma del delitto.

Le versioni di Morso e N'Diaye

Nell’appartamento di Molassana del 32enne Marco N’Diaye, infatti, gli investigatori avevano trovato soltanto armi da fuoco, una attribuita allo stesso N’Diaye, come confermato anche da Beron, e una portata, secondo quanto ammesso da tutti i presenti, da Vincenzo Morso. Di coltelli, però, neanche l’ombra: «C’era - ha confermato nel corso dell’udienza di martedì mattina Beron - Mi ricordo chiaramente di avere visto Marco lottare con Vincenzo Morso, e Guido avvicinarsi alle sue spalle e colpirlo alle gambe». 

Una ferita che secondo i ricordi del 31enne di origini colombiane non avrebbe distolto N’Diaye, impegnato nella zuffa con Morso. Ma come si è arrivati a quel punto, e alla conseguente morte di Di Maria? Diametralmente opposte le versioni di N’Diaye e Morso: se il primo ha sostenuto di non essere mai stato armato, il secondo ha ribadito invece di avere reagito a un’aggressione, pur ammettendo di vantare un debito di circa 6mila euro con Davide Di Maria per la vendita di una partita di hashish. Ma «era un amico - ha sostenuto in aula Guido Morso - e quando ho creduto di averlo ucciso con un colpo di pistola mi sono costituito, ero sconvolto». Proprio alle luce delle diverse dichiarazioni, la testimonianza di Beron è stata fondamentale. 

Il racconto di Cristian Beron

Stando a quanto sostenuto in aula dal pubblico ministero Alberto Landolfi, il pomeriggio del 17 settembre 2016 N’Diaye avrebbe provato a tendere un agguato a Guido Morso con l’aiuto degli amici, Di Maria e Beron. Un aiuto imposto, ha sottolineato in aula il colombiano, ricordando «la paura che ho provato appena ho visto Marco: aveva una bottiglia di vodka, era freddo, glaciale, ma furioso. Voleva sapere se io e Davide avevamo messo zizzania tra lui e i Morso». N’Diaye ha già ammesso di avere avuto una violenta lite con il fratello di Guido Morso, Gabriele, per una moto, e di essere stato definito dai Morso “un mangiabanane”, insulto che ha innescato la rabbia. Il 30enne senegalese avrebbe quindi proposto a Guido Morso un incontro nel suo appartamento di Molassana, chiedendo poi a Beron e a Di Maria di essere presenti. Ma qualcosa è andato storto, come ha confermato anche Beron: «Davide non voleva assolutamente partecipare all’incontro, per questo sono rimasto molto stupito quando mi ha telefonato, quel pomeriggio intorno alle 15, per dirmi che stava arrivando. Appena mi ha visto ha capito che qualcosa non andava, così come lo avevo capito io». Beron ha infatti ribadito di essersi subito preoccupato per il comportamento di N’Diaye, che lo aveva accolto tenendo la pistola sul divano.

Quello che succede dopo l’ingresso dei Morso in casa non è ancora chiaro, anche se la testimonianza di Beron ha contribuito a fare un po’ di luce: N’Diaye, «per gioco - ha sostenuto lui - per imitare i poliziotti americani», ha intimato a Beron di legare i polsi e le caviglie di Di Maria con alcune fascette da elettricista lasciate sul tavolo, ordine che il colombiano ha terminato dopo diversi tentativi. L’arrivo di Guido Morso in compagnia del padre Vincenzo ha interrotto le "prove", e fatto deflagrare la situazione: «Quando sono rientrato in casa dopo avergli aperto il cancello, ho visto Davide sdraiato in mezzo alla stanza a pancia in giù, legato. Appena Vincenzo è entrato, Marco è andato verso di lui con la pistola in pugno, hanno iniziato a discutere, Marco ha detto qualcosa in dialetto napoletano e Vincenzo ha a sua volta estratto la pistola: le loro mani si sono scontrate in aria, e una delle due pistole è caduta a terra». 

Da lì il caos, prosegue Beron: N’Diaye e Vincenzo Morso avrebbero iniziato a lottare per la pistola, Di Maria si sarebbe in qualche modo liberato e intromesso, e a un certo punto sarebbe saltato fuori il coltello che lo avrebbe colpito a morte. Secondo Beron, per la prima volta in mano a Guido Morso, che lo avrebbe usato per colpire N’Diaye alle spalle e cercare di aiutare il padre. 

Una delle due pistole sarebbe poi arrivata davanti a Morso, che l’avrebbe raccolta sparando un colpo verso il pavimento: «Non ricordo con chiarezza, ma in effetti la pistola puntava verso il basso», ha detto Beron. Che ha anche sostenuto di avere perso conoscenza per qualche minuto, quando Morso lo avrebbe colpito con il calcio della pistola che aveva in mano, e di non essere dunque in grado di dire chi impugnava il coltello quando Di Maria è stato accoltellato. A dare l’allarme al 118 è stato proprio lui, fuggito dietro a Di Maria dall’appartamento: «L’ho visto sdraiato sul pianerottolo con la testa appoggiata alla ringhiera. Non ho capito subito che era morto, muoveva ancora gli occhi, ma quando me ne sono reso conto sono tornato dentro e ho urlato a tutti cosa era successo».

Processo ad alta tensione

Gli eventi successivi, la polizia è già riuscita a ricostruirli: i due Morso sono fuggiti, per poi decidere di costituirsi, prima Guido e poi Vincenzo. Guido, che si era inizialmente assunto la colpa del delitto, ha ritrattato quando è stato stabilito che a uccidere Di Maria non è stato un proiettile, ma una coltellata. A oggi l’unico detenuto in carcere, con l’accusa di rissa aggravata dalla morte, è Marco N’Diaye (stessa accusa formulata per Beron), mentre Guido Morso attende l’esito del processo ai domiciliari.

La prossima udienza è fissata per il 22 gennaio, giorno in cui verranno ascoltati i testi. Ma la tensione ha ormai raggiunto livelli altissimi: in mattinata in aula erano presenti sia la madre di Guido Morso sia il padre Vincenzo, che nell’ascoltare la testimonianza di Beron si è allontanato furioso. 

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