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Macerie Morandi, il commissario lavora al riutilizzo

La nota di Ispra è stata analizzata da struttura commissariale e altri enti nel corso di una riunione che si è tenuta lunedì mattina. E il bilancio dell'incontro sembra positivo

Fumata bianca dopo la riunione organizzata lunedì in prefettura per discutere della di Ispra sul riutilizzo delle macerie del ponte Morandi, arrivata lo scorso venerdì.

A meno di un mese dal primo anniversario della tragedia del 14 agosto 2018, sembra infatti confermata l’ipotesi che i detriti delle pile 10 e 11, tonnellate di calcestruzzo crollate in parte in via Fillak e in parte in zona Campasso durante l’implosione controllata del 28 giorno, vengano riutilizzati sia per la riqualificazione dell’area che sorge sotto il nuovo ponte, che diventerà un parco urbano, sia per altre grandi opere urbane. Unica eccezione, quelle che riguardano il mare, e dunque sembra sfumare la possibilità che le macerie possano essere usate per realizzare il ribaltamento a mare di Fincantieri.

«Gli enti preposti, riuniti presso la sede della Struttura Commissariale per la ricostruzione del Viadotto Polcevera, hanno accolto positivamente la nota di Ispra, arrivata venerdì scorso, in merito al riutilizzo dei detriti di Ponte Morandi», si legge in una nota diffusa dalla struttura, che ha definito «di particolare interesse i contenuti dell’ultimo paragrafo del parere, nel quale Ispra per il recupero/reimpiego dei rifiuti, ritiene siano applicabili il D.l.vo 152/06 alla parte IV e/o il DM 5/2/98 per il recupero dei rifiuti non pericolosi, facendo riferimento alle linee guida UE.

Cosa dice il decreto legislativo 152706

Il riferimento, nel primo caso, è alle “norme in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati”. Gli articoli che appaiono particolarmente rilevanti sono il 181, che parla di “recupero dei rifiuti”, e soprattutto il 186, che illustra le modalità di smaltimento e definisce quelle che sono le “terre e rocce da scavo”. Le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, e i residui della lavorazione della pietra destinate all'effettivo utilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati - si legge nel testo del decreto - non costituiscono rifiuti e sono, perciò, esclusi dall'ambito di applicazione della parte quarta del presente decreto solo nel caso in cui, anche quando contaminati, durante il ciclo produttivo, da sostanze inquinanti derivanti dalle attività di escavazione, perforazione e costruzione siano utilizzati, senza trasformazioni preliminari, secondo le modalità previste nel progetto sottoposto a valutazione di impatto ambientale ovvero, qualora il progetto non sia sottoposto a valutazione di impatto ambientale, secondo le modalità previste nel progetto approvato dall'autorità amministrativa competente, ove ciò sia espressamente previsto, previo parere delle Agenzie regionali e delle province autonome per la protezione dell'ambiente.

La decisione, insomma, sembra venire rimandata alla struttura commissariale e ad Arpal, Asl e aziende demolitrici. che a oggi si attengono alla classificazione dei rifiuti già anticipata dal sindaco-commissario Marco Bucci: completamente privi di amianto (si stima siano circa il 60%), contenenti amianto ma in quantità inferiori alla soglia di attenzione (lo 0,1%, che dovrebbe caratterizzare circa un 25% delle macerie) e con percentuali di amianto superiori alla soglia di attenzione, materiale che verrà smaltito come rifiuto speciale in discarica.

A oggi il sindaco ha ammesso di non avere ancora messo a punto un piano di riutilizzo: ««Abbiamo tre-quattro opzioni sulla destinazione finale - ha detto Bucci - Ancora non ho visto bene tutti i documenti, ma tra oggi e domani vedremo quali decisioni dobbiamo prendere. Ci sono alcune raccomandazioni ambientali, faremo il punto per vedere come risolvere il problema».

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