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Omicidio di Molassana, N'Diaye: «La pistola non è mia»

Il secondo arrestato nell'ambito dell'omicidio di Molassana è stato sottoposto a interrogatorio di garanzia. N'Diaye ha negato il possesso della seconda pistola, motivo che lo ha portato in carcere, sostenendo che l'arma fosse di Vincenzo Morso

«La pistola non è mia». A dirlo è stato Marco N'Diaye al gip Ferdinando Baldini durante l'interrogatorio di garanzia. Il 32enne si trova in carcere a Marassi perché ritenuto possessore della seconda pistola, rinvenuta nell'ambito dell'omicidio di Molassana.

Il delitto è avvenuto sabato 17 settembre nel tardo pomeriggio nell'appartamento, preso in affitto da N'Diaye in salita San Giacomo di Molassana. Davide Di Maria, la vittima, insieme all'amico Mor N'Diaye e a un colombiano erano in attesa di Guido Morso, a cui dovevano dei soldi, pare diecimila euro, per una partita di quattro chili di hashish.

All'appuntamento però Guido si è presentato con il padre Vincenzo. La presenza di quest'ultimo ha sparigliato le carte e all'interno dell'appartamento è nata una violenta lite. I vicini di casa hanno detto di aver sentito urla e forti rumori, poi uno sparo.

Cosa sia successo di preciso all'interno di quel appartamento è ancora da chiarire. Il capo della squadra mobile, Annino Gargano, ha detto che c'era molto sangue, in mezzo alla stanza e sulle pareti, segno che la rissa è stata particolarmente cruenta. Cosa abbia accesso la minaccia non è ancora chiaro.

Fatto sta che Guido Morso, per sua stessa ammissione, avrebbe premuto il grilletto, senza però colpire nessuno. L'ogiva infatti è stata ritrovata conficcata su un ferro da stiro, riposto all'interno di un mobile. Poi avrebbe usato la stessa arma come oggetto contundente per colpire al volto il colombiano, provocandogli una prognosi di trenta giorni.

A riprova del fatto che sia stato utilizzato il calcio per colpire, gli inquirenti hanno trovato a terra due bossoli inesplosi e la molla del caricatore, probabilmente saltata a causa dell'urto con il volto del colombiano. Ma sulla scena del delitto c'era anche almeno un coltello, finora non rinvenuto.

Il coltello è servito a colpire Mor N'Diaye alle gambe e Davide Di Maria al torace. Il fendente inferto al 28enne è stato fatale. Il senegalese invece ha riportato ferite guaribili in quindici giorni: a colpirlo sarebbe stato Guido Morso.

Dopo il delitto, i due Morso si sono allontanati, portando via le pistole per evitare che i due feriti sparassero loro alle spalle. Certamente il padre era ferito. Le verifiche eseguite sulle armi, ancora in corso, hanno evidenziato come la semiautomatica abbia sparato, mentre la magnum no. Il possesso di quest'ultima è stato attribuito a N'Diaye e per questo il 32enne è finito in carcere.

Ma da subito, insieme all'amico colombiano, ha detto che entrambe le pistole erano dei Morso. Durante l'interrogatorio di garanzia avrebbe confermato questa versione, sostenendo che la magnum era nelle mani di Vincenzo Morso. Per questo gli si sarebbe scagliato contro in modo da disarmarlo. I due sarebbero poi caduti a terra.

A quel punto Mor riferisce di avere sentito uno sparo, senza però aver visto cosa era successo. Poi Morso lo avrebbe accoltellato alle gambe, forse per difendere il padre. Il bilancio finale parla dunque di un ragazzo di 28 anni morto e tre persone ferite: senegalese, colombiano e Vincenzo Morso. L'unico che sembra essere uscito incolume dalla violenta rissa è Guido Morso, che resta in carcere con l'accusa di omicidio volontario.

Ancora ricercato invece il padre, anche se il capo della squadra mobile non ha dato indicazioni precise sull'accusa che si profila per sessantenne. L'invito è sempre quello di presentarsi negli uffici della mobile per non aggravare la propria posizione.

Nei prossimi giorni il pm Silvio Franz dovrebbe sentire a sua volta Mor N'Diaye. Difficilmente questo darà una nuova versione dei fatti, smentendo nuovamente il possesso della magnum. La verità potrebbe emergere dalle verifiche sulle pistole. Ancora oscuro anche il motivo per cui Davide Di Maria avesse delle fascette da elittricista, lasciate lasche, a un polso e a una caviglia.

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