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Mercoledì, 30 Novembre 2022
Cronaca

La marcia della memoria per ricordare i 250 ebrei genovesi deportati

'Non c’è futuro senza memoria': questa la frase stampata sullo striscione che ha aperto il corteo silenzioso che dall’atrio del teatro Carlo Felice si è diretto alla Sinagoga con cartelli di speranza, i tristi simboli della deportazione, il numero delle vittime e i nomi dei campi di concentramento

A 79 anni dalla deportazione di 250 ebrei genovesi si è svolta a Genova la tradizionale marcia della memoria, alla quale hanno partecipato numerosi cittadini oltre a esponenti della politica locale. 'Non c’è futuro senza memoria': è questa la frase stampata sullo striscione che ha aperto il corteo silenzioso  che mercoledì 2 novembre 2022 è partito dall’atrio del teatro Carlo Felice fino alla Sinagoga, alzando cartelli di speranza, ma portando con sé anche i tristi simboli della deportazione. I nomi dei campi di concentramento e il numero delle vittime dello sterminio iniziato a Genova il 3 novembre del 1943, quando 250 ebrei genovesi partirono verso il campo di Auschwitz-Birkenau. Un'occasione per ricordare una delle date più buie della storia della città e per dire 'no' all’antisemitismo e al razzismo.

Marcia della memoria a 79 anni dalla deportazione degli ebrei genovesi. Foto

Ad aprire la marcia silenziosa sono stati gli interventi di alcuni protagonisti della memoria genovese, tra cui Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova, Andrea Chiappori della comunità di Sant’Egidio, Alberto Rizzerio del Centro culturale Primo Levi e Filippo Biolè di Aned Genova, che nei loro interventi hanno ricordato la storia, le lacrime, la morte e le parole dei sopravvissuti, come quelle della senatrice Liliana Segre. È stato anche ricordato come in questi anni la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità ebraica di Genova, insieme al Centro culturale Primo Levi, abbiano custodito la memoria di quei giorni, coinvolgendo non solo le istituzioni, ma tanti genovesi e in particolare le giovani generazioni, definiti i 'nuovi europei', capaci, si spera, un giorno, di parlare un linguaggio privo di odio.

Il vicesindaco di Genova, Pietro Piciocchi, nel suo intervento ha voluto ricordare le 250 vittime deportate Auschwitz-Birkenau e le loro famiglie. "Come luci che brillano nelle tenebre più oscure - ha detto - hanno messo a repentaglio le loro vite, per non piegarsi alla barbaria. In un mondo ancora segnato da tante ingiustizie, da tanta sopraffazione ai danni dei più deboli e da tanto egoismo, anche nei luoghi in cui viviamo, guardiamo a questi nostri concittadini e concittadine per edificare il futuro della nostra città su valori solidi di amore reciproco e rispetto; valori non solo chiacchierati, ma vissuti fino in fondo. Renderemo così viva la Costituzione repubblicana e le sue profonde istanze di giustizia e solidarietà sociale. Guardiamoci intorno, nelle nostre case, nei nostri quartieri e guardiamo a coloro che attraversano l’esperienza della sofferenza e della solitudine, nuova e terribile forma di emarginazione, anche nella nostra città; stiamo loro vicino con un sorriso, una parola di speranza e di amicizia. Basta davvero poco per impedire il rifiorire di vecchie e nuove follie. Non dimentichiamo- ha concluso Piciocchi- che tutti abbiamo la responsabilità di non rendere vano il sacrificio di chi ha pagato con la vita, perché tutti dobbiamo sentirci protagonisti di una vera rivoluzione delle coscienze, che desideriamo per la nostra città. Genova ricorderà sempre e non dimentica”.

"Ricordare e tenere viva la memoria storica è sempre più importante più passa il tempo - ha detto Sergio Casali della Comunità di Sant’Egidio - Nel momento in cui la generazione dei sopravvissuti va scomparendo occorre chiedersi come continuare a trasmettere alle generazioni più giovani la consapevolezza del male rappresentato dalla Shoah e farci testimoni della memoria che ci lasciano in eredità. E oggi più che mai occorre guardare negli occhi quel dolore, mentre la guerra si è riaffacciata drammaticamente sul suolo europeo, per costruire la pace e un domani senza violenza".

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