Viadotti a rischio, il Riesame: «Report truccati e scarsa manutenzione nell'interesse di Atlantia»

Così i giudici motivano l'interdizione dai pubblici uffici per 10 tra tecnici e funzionari di Spea: «Rischio concreto di reiterazione del delitto»

Un concreto rischio di reiterazione in merito «al delicatissimo tema della circolazione e dei trasporti». Così i giudici del Tribunale del Riesame hanno motivato l’accoglimento della richiesta di interdizione dai pubblici uffici per 10 tecnici e funzionari di Spea, arrivata nell’ambito dell’inchiesta sui presunti falsi report sullo stato di salute di alcuni viadotti della rete di Autostrade.

Una misura, quella dell’interdizione dai pubblici uffici, indicata come «presidio minimo per scongiurare il pericolo di reiterazioni di delitti analoghi». Per i giudici, «Aspi e Spea, legate al gruppo Atlantia e, pertanto, ai medesimi interessi della società controllante, paiono proiettate a una logica di risparmio sui costi di manutenzione per trasmettere l'immagine di efficienza della rete evitando sia impegnativi interventi di manutenzione sia drastiche decisioni dell'organo pubblico di controllo, come la chiusura di tratti autostradali».

Analizzando quanto scritto dai giudici emerge quindi il fatto che, per il Riesame, Aspi e Spea avrebbero agito nell’interesse di Atlantia risparmiando sui costi di manutenzione della rete autostradale e, in quest’ottica, evitando di programmare costosi interventi o di stabilire chiusure preventive, che è poi ciò che è accaduto con la chiusura improvvisa di un tratto di A26 per verifiche strutturali sui viadotti Pecetti e Fado, arrivata proprio su richiesta della procura.

Le condotte contestate, di totale consapevole adesione agli scopi del gruppo - proseguono i giudici - si inseriscono nella emersa tendenza a permeare la gestione dell'attività di sorveglianza e di manutenzione da parte di Aspi tramite la controllata Spea con condotte illecite dettate da motivi di stretta convenienza commerciale». Nelle motivazioni si parla di condotte legate alla «deviata qualificazione della natura degli interventi, alla disinvolta attribuzione dei voti circa i difetti delle opere ammalorate, la radicale omissione di ispezioni significative finendo sostanzialmente per occultare situazioni potenzialmente e concretamente pericolose per la viabilità e la sicurezza pubblica». 

È in queste parole che si intuisce il filone d’inchiesta, potenzialmente gigantesco, che sta sviluppando la procura in parallelo con quella sul crollo del ponte Morandi. E cioè portare alla luce illeciti nella gestione dell’intera rete autostradale, con tecnici qualificati e funzionari incaricati di controllare da vicino lo stato dei viadotti che avrebbero assegnato a infrastrutture ammalorate punteggi che non corrispondevano al reale stato di salute per evitare di dover prendere provvedimenti. Cui si aggiungono anche verifiche e controlli mai effettuati, che sulla carta risultavano però essere andati a buon fine.

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«Avere riportato, anzi ricopiato, nei rapporti trimestrali i medesimi difetti e voti dei verbali precedenti, accampando la giustificazione che non si poteva entrare nei cassoni, integra una condotta di falso, per di più un falso estremamente pericoloso - sottolineano i giudici del Riesame - È stata fornita una posticcia copertura a gravissime inerzie, fonte di potenziali, rilevantissimi, pericoli per la sicurezza dei trasporti e la incolumità pubblica».

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