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Donato Bilancia, il killer con la paura del sangue e l'ossessione per il numero 32

«Ho sempre vissuto tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro», così raccontava il killer al magistrato pochi giorni dopo l'arresto. Il coronavirus non gli ha lasciato scampo

Nell'arco di soli sei mesi è riuscito a uccidere 17 persone. Questo recita il curriculum criminale di Donato Bilancia, morto all'età di 69 anni nel carcere Due Palazzi di Padova dopo aver contratto il coronavirus. Bilancia era nato a Potenza e, prima di trasferirsi con la famiglia a Genova nel 1956, visse ad Asti e poi a Capaccio, in provincia di Salerno.

«Questo è stato il motivo che ha fatto esplodere in me una cosa di incredibile violenza, perché io ho sempre vissuto tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro, non è che uno si sveglia alla mattina e dice: 'va bè, oggi mi cerco un'arma e vado ad ammazzare qui e là'». Così riferiva Bilancia al magistrato che lo interrogava pochi giorni dopo il suo arresto, riferendosi a una frase, sentita in una bisca, da cui si desumeva che volevano 'fregarlo'. Qualche mese dopo Giorgio Centanaro, la prima vittima, veniva soffocato nel suo appartamento nella zona di Molassana.

Donato Bilancia venne arrestato il 6 maggio 1998 dai carabinieri all'uscita dell'ospedale San Martino di Genova, senza che opponesse resistenza. Il cerchio si era stretto intorno a lui dopo che una transessuale era riuscita a sfuggire al killer e aveva descritto agli inquirenti sia Bilancia che la sua auto, una Mercedes nera. La stessa con la quale il pluriomicida aveva collezzionato multe per mancato pagamento del pedaggio autostradale (Bilancia era solito accodarsi all'auto che lo precedeva per non pagare).

Bilancia venne condannato a 13 ergastoli per i 17 omicidi e a 16 anni di reclusione per il tentato omicidio di Lorena Castro. Dal carcere di Marassi venne poi trasferito a Chiavari e da lì a Padova.

«Un serial killer atipico, complesso, con una tipologia di vittime sempre diversa: signore in treno, prostitute in auto che giustiziava vicino all'abitazione dei genitori, creditori. I moventi erano per denaro, per rabbia, per vendetta. Aveva in testa un disegno criminale che, in realtà, nemmeno lui conosceva intimamente. E poi quell'odio nei confronti della cognata, che portò poi il fratello del killer a suicidarsi con il nipotino, un trauma che gli ha segnato l'esistenza. Fu lì, il cosiddetto punto di rottura». Questo il profilo dell'omicida, tracciato all'Adnkronos dal criminologo Donato Lavorino che sul mostro della Liguria ha anche scritto il libro 'Nella mente del serial killer'.

Bilancia è dipinto da Lavorino come «il killer più prolifico in Italia» e il numero dei colpi che esplodeva «era direttamente proporzionale alla resistenza attuata dalle vittime. Chi resisteva lo freddava con diversi colpi, quando doveva giustiziare qualcuno che non si opponeva, sparava un colpo solo, alla nuca o alla tempia».

Il serial killer delle prostitute aveva poi, incredibilmente, «paura del sangue - dice il criminologo - non voleva sporcarsi mai. E, soprattutto, era terrorizzato nel guardare le vittime negli occhi. Non aveva il coraggio di farlo, per quello le copriva».

E poi quel numero 32. «Sceglieva spesso le vittime in base a quel numero. Era il numero che, da giocatore d'azzardo quale era, puntava sempre al casinò di Sanremo. Un giorno uccise un vigilantes di Genova che aveva sulla macchina il numero 32».

Il criminologo Lavorino spiega che molti omicidi probabilmente si sarebbero potuti evitare. «Poteva essere catturato molti mesi prima, le indagini furono frammentate e non capirono che il serial killer era solo uno. Ha lasciato tante tracce sulle scene del crimine, aveva un piano di fuga davvero parziale. Un serial killer semi-organizzato», conclude.

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