Inchiesta ponte Morandi, si parte con gli interrogatori. Cozzi: «Abbiate fiducia»

Entra nel vivo l'indagine sulla tragedia del 14 agosto: due gli incidenti probatori previsti, decine i testimoni che nei prossimi giorni verranno ascoltati per rivedere perizie e pareri

Si è aperta con una riunione a Palazzo di Giustizia una delle settimane più significative nell’ambito dell’inchiesta sul crollo di Ponte Morandi, quella in cui gli inquirenti tenteranno di dare forma a uno dei processi più complessi e dolorosi della storia della Liguria, in molti aspetti simile a quello per il crollo della Torre Piloti.

Lunedì mattina il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, ha riunito il team che si occupa delle indagini sulla tragedia per iniziare a stilare il calendario dei primi interrogatori, durante i quali verranno ascoltati testimoni che hanno fornito consulenze, perizie e pareri legati allo stato del viadotto dell’A10 e del ponte che, alle 11.36 di martedì 14 agosto, si è accartocciato su se stesso provocando la morte di 43 persone.

Crollo Morandi, chi sono gli indagati e quali sono le accuse

A oggi pare certo che gli incidenti probatori, finalizzati a registrare quante più prove possibili in vista del processo, saranno due: l’urgenza è tanta, non soltanto per dare risposte ai familiari delle vittime e dei feriti, ma anche per riuscire a raccogliere tutti gli elementi necessari all’inchiesta prima che quanto resta del ponte venga demolito per consentire la ricostruzione. 

Della delicatezza della situazione, il procuratore capo Cozzi è perfettamente consapevole: «Ai parenti delle vittime, ai feriti e agli sfollati dico di avere fiducia - ha detto in mattinata in una rara pausa dei lavori - È come se la tragedia che è successa a loro fosse successa a noi e ai nostri parenti». 

L’impegno, insomma, è garantito: all’inchiesta collaborano il procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio, i sostituti procuratore Walter Cotugno e Massimo Terrile, gli investigatori della Squadra Mobile e la Guardia di Finanza. Le accuse formulate sino a oggi sono disastro colposo, omicidio colposo stradale plurimo e omicidio colposo plurimo aggravato dal mancato rispetto della normativa anti-infortunistica. E per fare luce sulle responsabilità, gli inquirenti stanno passando al setaccio pile di documenti, cataste di perizie e ore di filmati del giorno del crollo. Tra questi ultimi, in particolare, ce ne sarebbe uno, registrate dalle videocamere di sorveglianza di un’azienda della zona rossa, che potrebbe contribuire in maniera significativa a fare luce su cosa sia successo il 14 agosto, e che ancora non è stato diffuso. 

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L’ipotesi più probabile, al momento, resta quella del cedimento degli stralli che reggevano il peso delle campate (per quanto riguarda il crollo), e di una mancata manutenzione di un gigante malato, nonostante diversi avvertimenti da parte di altrettanti esperti e l’elevato stato di corrosione della struttura dovuto al passare del tempo, ai fumi delle fabbriche e alla salsedine. Che il ponte Morandi avesse lacune strutturali, d’altronde, era cosa nota a tutti, Autostrade in primis. Ma a chi va attribuita la responsabilità del crollo, nel momento in cui il suo stato aveva passato la soglia di guardia e gli interventi (richiesti e consigliati) non sono stati portati a termine? 

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