Pré, il coronavirus non ferma lo spaccio: «Via vai continuo di pusher»

In via Pré gruppetti restano ad angoli di negozi chiusi e portoni in attesa di clienti, e poco è cambiato alla luce dei timori di contagio, come conferma un residente: «Non rispettano alcuna norma igienica»

Via Pré, due del pomeriggio. Ai lati dei portoni e delle saracinesche dei negozi (rigorosamente abbassate), gruppetti di uomini parlottano, scherzano, sorseggiano da bicchieri di plastica. Nelle immagini girate da alcuni residenti l’audio non c’è, ma a un certo punto si nota un fuggi fuggi generale: pochi istanti, e nell’inquadratura entra un’auto della polizia a lampeggianti e sirena accesi liberando la strada e disperdendo gli ormai tristemente famosi “assembramenti” che, nei giorni dell’emergenza coronavirus, vanno in ogni modo evitati.

«Ogni giorno così: gli spacciatori che anche prima assediavano Pré sono rimasti, continuano a fare ciò che facevano prima infischiandosene della situazione, la polizia arriva e li disperde, ma dopo qualche ora sono nuovamente tutti lì». A parlare è Carlo (nome di fantasia per tutelarne la privacy), da anni residente in via Pré, un genovese che le problematiche del centro storico le conosce ormai benissimo, vivendole sulla sua pelle. E che da ormai due settimane osserva come lo scenario, dal punto di vista dello spaccio, sia cambiato ben poco nonostante i timori di contagio e le norme previste dal decreto “Io resto a casa”. Perché mascherine e guanti hanno fatto la loro comparsa anche su bocche e mani degli spacciatori, ma la piazza di spaccio deve andare avanti, anche se i clienti sono diminuiti.

VIDEO | Via Pré, il fuggi fuggi dei pusher all'arrivo della polizia

«Dipende dalla giornata - spiega a GenovaToday, tra l’esasperato e il rassegnato - Passa la polizia, e i pusher vanno via, ma dopo un quarto d’ora ritornano. Qui alle 4 del mattino già inizia il “cinema”, si riuniscono davanti al mini market che ha la serranda mezza abbassata, si accalcano e si salutano, bevono insieme, non rispettano alcuna norma, neppure quelle igieniche. Si mettono mascherina e guanti ma si abbracciano e si parlano a pochi centimetri, toccano tutto, si levano dalla bocca le dosi, si scambiano i bicchieri».

Centro storico come una polveriera, insomma, almeno dal punto di vista dei contagi. Perché «se prende qui, la zona diventa un lazzaretto», riflette Carlo. Che dalle sue finestre ha potuto vedere anche come è cambiata la piazza: «Qui vengono i più disperati, quelli che hanno un disperato bisogno di droga e non sanno dove recuperarla, perché i canali “tradizionali” sono stati chiusi. Chi andava al supermercato per rubare e vendere per poi usare i soldi per comprare non può farlo più, stessa cosa chi rubava in appartamento, visto che la gente resta a casa, o chi cercava di tirare su qualche soldo con gli scippi. I pusher della zona accettano ogni tipo di pagamento, arrivano anche al baratto, e chi è in cerca di una dose sa che qui può trovarla».

Le forze dell’ordine fanno quello che possono: volanti della polizia e pattuglie dei carabinieri passano quotidianamente, così come la Municipale, ma la situazione era complessa prima, e adesso che le risorse sono contingentate per l’epidemia è ancora più difficile intervenire in maniera efficace. E il fatto che Pré sia rimasta una delle poche piazze di spaccio “attive” rende la situazione ancora più complessa, perché non è raro assistere a risse e liti per il controllo.

«Tutte le forze dell’ordine si stanno impegnando moltissimo - conferma Carlo - ci sono sempre, arrivano ad arrestare tre o quattro persone al giorno, ma è un ricambio continuo, e adesso è ancora peggio: anche loro poliziotti e carabinieri devono tutelarsi e tutelare la loro salute. Io ho imparato a convincerci, ormai prima di uscire dal portone devo bussare per capire se c’è qualcuno seduto sopra i gradini. Siamo assediati: l’emergenza è cambiata, ma è sempre emergenza».

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