Coronavirus, cinesi e genovesi in piazza contro la psicosi: «Non abbiate paura»

Decine di persone hanno partecipato alla manifestazione di solidarietà per combattere pregiudizi e razzismo. Ristoranti, negozi e parrucchieri hanno perso dal 50 al 70% della clientela

«Io amo l’Italia e amo gli italiani, mi dispiace molto per quello che sta succedendo». Lina ha 32 anni e un ristorante a Cornigliano, e da quando è esplosa l’epidemia del nuovo coronavirus cinese ha subìto le conseguenze di quella che è diventata, in certi casi, una psicosi, fatta di paure e pregiudizi nei confronti di chi ha origini cinesi e in generale orientali. Lina è anche una delle tante persone che venerdì hanno partecipato alla manifestazione organizzata in largo Pertini, davanti al Carlo Felice, proprio per lanciare un messaggio nel giorno dell'amore, San Valentino: «Non abbiate paura di noi: non siamo un virus».

L’appuntamento era per le 15, un’iniziativa organizzata dall’Associazione Cinesi e Italo Cinesi della Liguria cui hanno partecipato anche molti genovesi. Come Patrizia Matscher, che si è presentata insieme con due amici per chiarire che «io non ho nessuna paura, e non mi piace quello che sta succedendo. Mi vesto da loro da capo a piedi, ci andiamo tutti i giorni a mangiare, li conosco bene e mi sembra il minimo essere qui oggi».

A Genova, la comunità cinese è composta da circa 2.500 persone, 3.500 i cittadini cinesi in tutta la Liguria. Nel capoluogo la maggior parte delle attività sino ristoranti e bazar (un’ottantina e un centinaio rispettivamente), cui si aggiungono un’altra ottantina di parrucchieri e salone di bellezza.

«Per i ristoranti, soprattutto, il danno economico è enorme - conferma Giorgio Wong, portavoce della comunità cinese ligure - Si stima che le perdite siano tra il 50% e il 70% degli introiti. E anche i centri estetici e i bazar sono praticamente deserti. Ma il problema non è limitato all’economia, è diventato anche sociale. C’è gente che cambia strada quando vede una persona con i tratti orientali, che ti guarda male al supermercato e cambia corsia, che evita di incrociare anche solo lo sguardo. Episodi spiacevoli, che non hanno tra l’altro alcun motivo di esistere: noi viviamo in Italia, i nostri prodotti sono di origini italiane e sono tutti tacciabili, e non c’è alcun pericolo di contagio».

I clienti più fedeli lo sanno, e in tanti hanno voluto dimostrarlo presentandosi in piazza e partecipando anche al flashmob organizzato dal Centro Discipline Orientali di Genova, reggendo gagliardetti raffiguranti la bandiera cinese e distribuendo volantini per combattere «una paura ingiustificata: lancio un appello a tutti i genovesi, perché il problema purtroppo è la clientela italiana, che si è drasticamente ridotta rispetto, per esempio, a quella sudamericana, che continua a venire regolarmente - chiarisce Wong - Non abbiate timori. Ci hanno segnalato che alcuni ragazzi, nelle scuole, hanno subito qualche episodio di bullismo, ma le insegnanti sono prontamente intervenute, hanno spiegato e tutto è fortunatamente rientrato». 

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Lo stigma, e la paura del contagio di un virus di cui a oggi ancora poco si sa, sono difficili da combattere: «Nel mio ristorante prima lavoravo moltissimo - spiega Lina - Facevo almeno 50-60 coperti, tanto asporto. In questi giorni servo al massimo dieci persone, è deserto. E questo ci fa male, perché noi viviamo in Italia e vogliamo bene all’Italia e agli italiani: se qualcosa di brutto succede qui, noi stiamo male. Vogliamo solo lavorare, e stare bene nel paese che abbiamo scelto».

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