L'infermiera in trincea al Villa Scassi: «Siamo in guerra, e i segni resteranno per sempre»

Le parole di chi in questi giorni lavora su turni massacranti per gestire l'emergenza: «I segni rossi delle mascherine vanno sotto la pelle»

In prima linea per combattere un nemico invisibile che sta inesorabilmente colpendo sempre più persone, alcune in modo così duro da togliere aria dai polmoni, spegnendo lentamente il respiro: «Sono appena rientrata. E sono esausta».

Elena, nome di fantasia per tutelare la privacy, è un’infermiera. Lavora al Villa Scassi, e da due settimane la sua vita, come quella di altre migliaia di genovesi (e di liguri, e di italiani) è stata rivoluzionata dal coronavirus: niente più cene fuori, niente più pranzi con la madre e aperitivi con gli amici, niente più passeggiate al sole e shopping nei negozi. Solo che Elena, a differenza di chi in questi giorni può aiutare a contenere il virus semplicemente restando a casa, la battaglia la deve combattere in prima persona, in reparto, ingranaggio fondamentale di una macchina che in questi giorni sta lavorando al massimo dello sforzo per cercare di gestire l’emergenza.

«Siamo in guerra: la crescita è iniziata lenta, poi è esplosa»

«I ritmi sono elevati. Da fuori non si può immaginare». Parlando al telefono, al termine dell’ennesima giornata di lavoro spalmata su turni massacranti, Elena fa parecchie pause. Riflette, lascia che le parole scivolino fuori con attenzione, misurando ciò che dice per tentare di spiegare l’inspiegabile. E l’inaspettato: «Pur sapendo della Cina, pur sapendo che i numeri erano importanti, non ci aspettavamo questo. Non avevamo idea della guerra che sarebbe diventata. Abbiamo iniziato a vedere una crescita, prima lenta, poi sempre più rapida. E poi è esplosa, improvvisamente. Le persone da fuori non capiscono, ma questa è una situazione bellica. E quando agli amici dico “per favore, state a casa”, non posso spiegare i dettagli, ma lo dico a ragion veduta: lo vedo con i miei occhi».

Al Villa Scassi, lunedì 16 marzo, erano 17 i pazienti ricoverati contagiati da coronavirus. Solo una piccola parte dei 328 registrati alla serata di lunedì in tutta la Liguria, persone cui il personale sanitario sta dedicando tutto se stesso: «Sono molto orgogliosa dell’equipe con cui lavoro, nessuno si sta risparmiando . Quanto sta accadendo avrà ripercussioni emotive su tutti noi, tutti noi siamo professionisti, ma siamo anche persone con famiglie a casa, bambini piccoli, parenti anziani. Abbiamo la preoccupazione professionale e quella personale, cui si aggiunge la stanchezza, lo stress: come emergenza è molto pesante, a livello sia di ritmi assistenziali e di gravità sia di impegno emotivo per affrontarla».

«I segni rossi delle mascherine? Resteranno anche a fine emergenza»

Come Elena, moltissime persone che lavorano in ospedale in questi giorni vivono in un universo fatto di emergenze, di sforzi e di tentativi di ottimizzare tutte le risorse, dai kit di protezione personale ai respiratori passando per il tempo e le energie del singolo e delle equipe: «Io lavoro da vent’anni - la voce si spezza - Non è che non abbia mai visto niente, ma ciò che è davvero angosciante è vedere la stanchezza negli occhi di tutti gli operatori sanitari. Vederli prendere una boccata d’aria, togliersi le mascherine e gli occhiali e vedere i segni rossi impressi sulla faccia: sono incisioni che vanno sotto la pelle, che penetrano, e che resteranno anche quando l’emergenza sarà alle spalle». 

«Ho salutato mia madre due settimane fa. Le ho detto che ci saremmo riviste, anche se non so quando»

Elena riposa quando può. Torna a casa, dove vive da sola, e prova a ricaricare le energie, ma il pensiero corre sempre, inevitabilmente, in reparto: «Non stacco mai. Ho la fortuna, o la sfortuna, di vivere da sola, ma ho una mamma anziana e invalida. Prevedendo quello che sarebbe successo, una decina di giorni fa sono andata da lei, abbiamo pranzato insieme, l’ho salutata e le ho detto che ci saremmo viste quando tutto finirà. Non vado più da lei, non mi sento di metterla in pericolo, non riuscirei mai ad andare a trovarla sapendo di poter essere un vettore del virus».

Chi lavora in questi giorni in ospedale è abituato a relegare le emozioni in un luogo sicuro. E così, Elena si schiarisce la voce, scaccia la commozione dalla gola e riprende il tono fermo e professionale. Con sui rivolge a chi, in questi giorni, ignora le regole per tenersi aggrappato con le unghie e con i denti alla vita di prima, incurante del fatto che il suo comportamento potrebbe costare una vita mentre ci sono decine di persone che usano tutte le loro energie per salvarla.

«La vita è una sola, non perdetela per una passeggiata»

«A loro dico che la vita è solo una - scandisce Elena - e perderla per un pic-nic o una passeggiata è privo di senso. Io capisco che cambiare le proprie abitudini sia per alcuni pesante, per alcuni difficile, e che ognuno di noi ha le sue problematiche. Non tutti stanno bene a casa da soli, ma bisogna fare i conti con la vita e fare delle scelte, è il momento della responsabilità, della cittadinanza in senso greco del termine. Ognuno deve fare il suo, nel suo piccolo. Dobbiamo fare dei sacrifici, quanto ci stanno chiedendo non è violare la libertà personale, lo stanno facendo per la salute di tutti».

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Di chi viola il decreto, Elena vuole parlare poco. Chi invece riceve tutta la sua stima sono «i miei colleghi, intesi come infermieri, medici, oss, in generale gli operatori sanitari. Stanno dimostrano una collaborazione di gruppo immensa, ogni giorno ricevo telefonate da altri reparti che mi chiedono se abbiamo bisogno di qualcosa. E voglio ringraziare chi ci dedica un pensiero, chi ci porta cibo e altre generi di prima necessità, chi fa il tifo per noi. Sono commoventi, ed è anche per loro che riusciamo ad andare avanti».

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