Cronaca

Il coronavirus spegne la cultura, l'appello dell'autore genovese: «Salviamo i teatri»

Matteo Monforte si fa portavoce di attori, registi, sceneggiatori e tutti coloro che lavorano nel mondo del teatro

Non solo una questione sanitaria, ma anche economica, sociale e culturale. Il coronavirus e la sua diffusione in Italia stanno pesantemente condizionando la vita quotidiana di tutti, non solo dei contagiati e delle persone residenti nelle zone a rischio, ma anche di chi è toccato indirettamente dalle ricadute che i timori di contagio, e le misure adottate per la sua prevenzione, hanno sulla loro attività lavorativa.

In Liguria, infatti, l’ordinanza emessa dal governatore ligure Giovanni Toti, oltre a sospendere tutte le attività didattiche e le manifestazioni e gli eventi pubblici, ha costretto anche alla chiusura di musei e teatri, luoghi di aggregazione considerati rischiosi perché attirano masse di persone favorendo potenzialmente il contagio.

E così anche a Genova si sono temporaneamente spente le insegne dei principali luoghi di cultura cittadini: dal teatro Carlo Felice alla Tosse, dal Politeama al Teatro Nazionale di Genova, dal Galata Museo del Mare al museo di Palazzo Reale, sono decine gli spettacoli, le mostre e gli eventi annullati o temporaneamente sospesi, così come i concerti organizzati in realtà più piccole. Sospesa, ovviamente, anche la prima domenica del mese gratis nei musei e nei parchi archeologici statali, iniziativa molto apprezzata e sfruttata anche dai genovesi. E chi lavora nel settore inizia a temere che le ripercussioni saranno pesanti, soprattutto se l’ordinanza verrà rinnovata per un’altra settimana (decisione che verrà presa venerdì).

A farsi portavoce dei timori di chi lavora “dietro le quinte” è Matteo Monforte, autore e scrittore genovese, che ha affidato a Facebook il suo pensiero invitando a condividere il suo appello «se anche una sola persona ha passato una bella serata a teatro». 

«Curo due rassegne, come direttore artistico assieme ad Eugenio Ripepi, al Teatro Salvini di Pieve di Teco e al Teatro del Mare di Imperia. Quest'ultima, in particolare, sarebbe dovuta partire sabato 29 Febbraio, ma per l'emergenza Coronavirus non potrà iniziare - scrive Monforte - Come me, sono nella stessa barca di stallo lavorativo altre centinaia e centinaia di persone che lavorano nei teatri e che, col loro lavoro, ci campano famiglie. Attenzione, per "stallo lavorativo" non intendo che ce ne stiamo a casa come tutti i lavoratori del mondo e ci pagano lo stesso. No, chi lavora nell'organizzare, gestire e promuovere spettacoli teatrali, quando sta a casa, non solo non becca una lira, ma ci rimette un sacco di soldini di tasca sua. Non si mangia. Nada. Se i teatri sono chiusi, noi, moriamo di fame».

Monforte ricorda tutti coloro che lavorano alla riuscita di spettacoli teatrali - tecnici, operatori, fonici, elettricisti, uffici stampa, promotori, agenti, direttori artistici, costumisti, autisti, operai, montatori e altri - indirizzando la sua missiva al governatore ligure: «Presidente Toti, la prego, ci pensi bene, prima di penalizzare ulteriormente il teatro nelle settimane a venire, se questa follia collettiva di un'epidemia che non c'è dovesse protrarsi ulteriormente. Ci pensi. Perché qui, noi, andiamo tutti per cartoni».

Il post si chiude togliendo qualche sassolino dalle scarpe: «Non voglio sapere perché si sia deciso di chiudere solo teatri e biblioteche e musei e non palestre, centri commerciali, supermercati, pizzerie, e altri luoghi di assembramento dove Il virus circola realmente, per non parlare dei mezzi pubblici - scrive l’autore genovese - ma sappia che , se si continua così, non solo sarà un colpo mortale per il nostro settore (già si fa fatica a portarci la gente normalmente, a teatro) ma bisognerà poi rieducare le persone, quando tutta 'sta pazzia sarà finita, a tornare a teatro. Bisognerà fare capire loro che a teatro ci possono andare serenamente, perché non si rischia nessun cavolo di pericolo, se non quello di diventare forse più intelligenti».

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