Al San Martino un anno dopo il crollo del Morandi : «Il dolore dei parenti e l'impotenza i ricordi peggiori»

Angelo Grattarola, responsabile del Dipartimento Interaziendale Emergenze, ricorda una delle mattine più tragiche della storia della città

«I medici sono nati per curare. Invece, il 14 agosto del 2018, ci siamo purtroppo ritrovati a non poter mettere a frutto le nostre capacità quanto volevamo e speravamo».

Angelo Grattarola è il dirigente e responsabile del Dipartimento Interaziendale Emergenze dell’ospedale San Martino, ed è anche la persona che il 14 agosto del 2018 ha coordinato il piano di gestione dei soccorsi nell’ambito del crollo del ponte Morandi. Una tragedia inaspettata, cui il personale sanitario degli ospedali cittadini ha risposto con prontezza e sangue freddo, ritrovandosi purtroppo a indirizzare la maggior parte delle forze sul dare supporto ai parenti delle 43 vittime.

Crollo ponte Morandi, nei pronto soccorso "la calma prima della tempesta"

«Quella mattina io ero a casa, a Nervi. Ho ricevuto una chiamata dal dottor Orengo, dalla direzione sanitaria dell’ospedale, che mi ha detto che era crollato il ponte - ricorda Grattarola - Un po’ come se mi avessero detto che è crollata la Torre di Pisa: nn ci puoi credere. Ma devi. Così ho preso la macchina e mi sono precipitato in ospedale sotto la pioggia».

Al pronto soccorso dell’ospedale, qualche minuto dopo le 11.36, il clima è surreale: la calma che precede la tempesta, lo definisce oggi il dirigente del Diar, che appena arrivato ha attivato il cosiddetto “Peimas”, il Piano di emergenza intraospedaliera per il massiccio flusso di feriti, «un piano che prevede provvedimenti diversi a seconda dalla gravità del disastro. Di base - spiega Grattarola - si tiene in servizio il personale che dovrebbe smontare e si anticipa rientro di chi dovrebbe montare, si richiamano in ospedale diverse figure professionali, si allertano sale operatorie, centri trasfusionali e laboratori: l’ ospedale inizia a orientarsi, e come noi l’hanno fatto anche al Galliera e al Villa Scassi, da Savona sino a Lavagna, perché alla luce del disastro prevedevamo centinaia di feriti».

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Purtroppo il bilancio, in questo senso, non è stato favorevole: pochi, troppo pochi, i feriti, troppi, 43, i morti. Grattarola sospira e torna ancora al giorno della tragedia. «In un paio d’ore, verso le 13.30, avevamo 13 sale operatorie pronte a operare e decine di letti in terapia intensiva. Pensavamo di avere decine di feriti, ne sono arrivati meno di 10».

Il dolore dei parenti delle vittime e il senso di impotenza di medici e infermieri

Ed è stato allora, con il trascorrere delle ore e le ambulanze che non tornavano in sirena, che il personale del San Martino ha capito che il crollo aveva avuto conseguenze devastanti, e che si è aperto il capitolo più traffico: quello della sistemazione dei corpi senza vita delle vittime, e dell’accoglienza dei parenti che arrivavano alla spicciolata per riconoscerli, lasciandosi andare a urla di dolore e disperazione una volta assolto il compito.

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«Abbiamo sistemato le salme in un’ala vuota non lontana dal pronto soccorso - ricorda Grattarola - e lì è iniziato l’enorme lavoro dei medici legali, ma anche degli psicologia e degli infermieri, per accogliere le salme e ricomporle, e per dare assistenza ai parenti che via via arrivavano. Noi li vedevamo arrivare al pronto soccorso, ed è stato uno dei momenti più difficili. I medici sono nati per curare, e quando vediamo i morti ci sentiamo impotenti. Ma abbiamo cercato di fare del nostro meglio per i parenti, molti non erano neppure italiani, arrivavano da diverse parti del mondo».

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Il crollo del Morandi ha inevitabilmente lasciato un segno, anche in chi è abituato a lottare contro la morte ogni giorno: «A distanza di giorni abbiamo parlato, ci siamo confrontati, cercando anche sollievo nel ripercorrere il modo in cui abbiamo gestito la situazione - conclude Grattarola - Posso dire, analizzando a distanza, che il piano è stato corretto, lo abbiamo rivisto e migliorato, ovviamente sperando di non doverlo applicare mai più».

Domani Angelo Grattarola parteciperà alla messa officiata dal cardinale Angelo Bagnasco alla presenza delle autorità: «Sarò lì insieme a Giovanni Ucci, direttore generale dell’ospedale San Martino. Mi sembra giusto, un momento necessario per stare vicino a chi non c’è più, alla città ferita che si stringe in un momento simbolico. L’uomo d’altronde ha bisogno di questi simboli, non ricordare significa solo allontanare».

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