Cronaca Vico Bottone

Andersen 2014: vince Il Mercante, gran finale con Arisa

La fiaba "Il mercante" vince l'edizione 2014 dell'Andersen Festival a Sestri Levante. Sabato sera il gran finale con il concerto di Arisa

Si chiama "Il mercante" ed è la fiaba inedita che ha vinto la 47esima edizione del Premio letterario Hans Cristian Andersen, in scena come ogni anno nella Baia del Silenzio a Sestri Levante.

La fiaba è stat ascritta da Maria Rosa Biamino, astigiana, specializzata in neuropsichiatra infantile e parla di un mercante, figura spesso negativa nel mondo delle fiabe, che l'autrice trasforma in soggetto di grande umanità. Oltre mille gli elaborati in concorso, arrivati da tutte le regioni italiane e da varie nazioni europee.

La giuria presieduta dal fondatore del premio, David Bixio, ha poi segnalato, nella sezione adulti, le fiabe "I bambini del ciliegio" di Giorgia Spurio di Ascoli Piceno e "Il ragazzo-uccello" di Rachele Totaro che vive a Biella. Per la fiaba straniera ha vinto "The lost wings-Le ali perdute" di Alfred Corn, drammaturgo e poeta statunitense.

Il trofeo "Baia delle Favole" è andato alla fiaba "Un sogno" di Sara Pellaccini, di Reggio Emilia. Per la scuola materna primo premio alla fiaba "Il rumore dei semi" dell'Ente Morale Speroni di Recco; per la sezione bambini vincitrice "La fata Roverella" della scuola elementare IC di Settimo Vittone (Torino); nella sezione ragazzi ha vinto la fiaba "Un cuore per tre" di Martina Turino della scuola media di Settimo Vittone.

Testimonial del premio è stato il trasformista Arturo Brachetti. La rassegna chiude stasera con il concerto di Arisa.

Ecco il testo de "Il Mercante" la fiaba vincitrice

IL MERCANTE, di Maria Rosa Biamino, di Agliano Terme (Asti) vincitrice Premio H.C. Andersen-Baia delle Favole sezione adulti edizione 2014

Giungeva in città ogni anno puntualmente con l’arrivo della primavera. Le rondini parevano aiutarlo a spostare le tende colorate che riparavano dal sole le sue bancarelle, il vento lo accompagnava, spartendo con lui profumi e spezie, nastri e rose essiccate.

Ogni anno allestiva i suoi banchi nella più ricca via cittadina, bancarelle dai colori vivaci e allettanti, appendeva ai bordi dei parasole i più delicati sonagli che la brezza primaverile potesse sognare di sfiorare, e la gente che si avvicinava curiosa agli oggetti esposti era sempre moltissima.

Si diceva che il Mercante conoscesse il mondo intero, e chi trovava tra i suoi oggetti qualcosa di interessante da acquistare non si portava a casa soltanto un drappo o un elmo o una lampada oppure un libro, ma anche un po’ di Arabia, di India, un po’ di Inghilterra, di Francia, persino un po’ di America.

Il mercante era sempre soddisfatto dei propri affari, aveva di tutto, veramente di tutto, non era mai capitato che qualcuno si rivolgesse a lui per qualcosa e non tornasse a casa con ciò che desiderava, o con ciò che il Mercante faceva in modo che desiderasse. Capitava, infatti, che chi andava da lui per avere a poco prezzo uno specchio argentato, sul quale ancora svanivano gli effimeri riflessi di chissà quale regale viso, si portasse poi a casa la ciotola di latta appartenuta ad Artù prima che diventasse re, o il filo da ricamo di Arianna o di una tal principessa o contessina.

Nessuno comunque, se si avvicinava alle bancarelle del Mercante, tornava a casa a mani vuote.

“Fantasie! Storie inventate!” ripeteva talvolta il variopinto pappagallo che l’uomo portava appollaiato sulla spalla. L’uccello aveva sentito il discorso che il mercante fece per via ad un collega, il quale gli domandava il segreto di tanto successo.

“Un po’ giri il mondo e un po’ fai girare le parole. La gente o non ha il tempo o non ha i soldi per vedere le cose con i propri occhi, allora le guardo io per loro. Così vendo l’oggetto e gli occhi con cui guardarlo. Un libro non è mai un semplice libro, ma un insieme di carta sopra cui ha soffiato il tempo, un insieme di pagine sfiorate dalle dita di un cavaliere o di una madre badessa, un velo di polvere di castelli o conventi. La gente ha bisogno di fantasie, di storie inventate; torna a casa contenta e io non ho danneggiato nessuno. Credimi , il segreto è la parola; racconta e vedrai che tutti compreranno non tanto i tuoi oggetti, quanto la tua storia, non tanto quel che vedono, ma quello che pensano abbiano visto i tuoi occhi.”

Ma nessun mercante era abile quanto lui.

Un giorno però tra la folla di persone che si accalcavano alla sua bancarella si fece spazio un piccolo cliente, del quale poteva scorgere solo il visino, un visino bello e un po’ triste.

“Vieni, bambino. Ho qui ciò che fa per te. Un bel burattino di legno!”

Il bambino lo guardò senza mutare espressione.

“Sai, - disse il Mercante – si dice che il suo burattinaio proprio non gli volesse bene, lo calciava, lo buttava sul carro senza alcuna cura. Una notte si sciolsero i fili che lo legavano al triste palcoscenico, e tutta Siviglia (perché era a Siviglia il teatrino quella notte) poté udire e vedere il burattino di legno correre felice verso le campagne, libero, finché non avesse trovato un padrone buono. Vuoi esserlo tu?”

Il bambino taceva.

“Insomma, che cosa vuoi?”, chiese l’uomo.

“Voglio qualcosa che mi faccia volare” disse infine il bimbo.

Il volto del Mercante impallidì. E come faceva a farlo volare? Non poteva certo raccontargli la storia di Icaro, era troppo pericoloso, e poi non si era dimostrato un buon metodo.

Cercò, frugò ovunque; il bimbo era sempre lì, ad attendere mentre il mercante usciva dal carro ogni volta a mani vuote, ad interrogare supplichevole quel viso, che continuava a chiedere solo qualcosa che lo facesse volare.

Intanto la gente faceva acquisti come al solito, ma il Mercante per la prima volta aveva un cliente insoddisfatto e non si dava pace.

“Torna domani”, disse infine, “vedrò di accontentarti”.

Intanto era giunta la sera e al Mercante non era ancora venuta in mente alcuna soluzione. Si fermò in un posto isolato a pensare. Il sole stava tramontando, gli uccelli che salutano la sera si rifugiavano nei boschi per cantare, protetti dalla notte. Le nuvole, silenziosi giganti, solcavano il cielo e mutavano veste nel viaggio. Il Mercante chiuse gli occhi.

“Devo pensare a quando ero bambino. Che cosa mi avrebbe fatto volare?”

Improvvisamente si ricordò di una corsa nel vento, di un rombo di carta sospeso a mezz’aria, di un filo che sembrava aver preso il cielo al guinzaglio.

“Ho trovato!” esclamò. Aprì gli occhi e con stupore vide che era già mattino. Fabbricò in fretta l’aquilone e attese il bimbo.

“Ecco ciò che ti farà volare”, gli disse, e stava per raccontargli la storia di quell’aquilone, petalo troppo gigante per la corolla di un fiore, che può essere amato soltanto da un vento potente. Ma il bimbo era già lontano, non aveva bisogno di storie, quella era la storia sua, e non aveva occhi che per quel foglio di carta nel cielo, per quel suo tesoro sospeso che si portava a spasso il suo cuore. Era felice il Mercante, più felice del solito.

Venne l’ora di partire. “Al prossimo anno!”, diceva alla gente e la gente con lui, e dal suo carro pendevano incerti, colorati aquiloni.

L’anno passò e fu tempo di tornare alla grande città, e questa volta la gioia era doppia, per gli affari e per vedere quel bimbo, il cui viso non poteva scordare. E se per tutti gli altri clienti non provava particolare stupore, perché sapeva che in un modo o nell’altro li avrebbe resi contenti nello spazio di un’ora, attendeva invece con curiosità quel bimbo e le sue impensabili richieste.

“Che cosa vorrà? Un nuovo aquilone? O un animale raro? Ma perché tarda a venire?”

Domandava a uomini e a donne notizie del bimbo, ma si sa, un bimbo o un altro, tutti paiono uguali, e se tutto ciò che si sa dire è quanto era malinconico quel viso triste e quanto era luminoso quel sorriso, allora poco aiuta ad individuare un bambino preciso.

Ma dopo qualche giorno il bimbo arrivò.

“Ciao, piccolo! Che cosa posso donarti? Guarda quanti animali… Ho persino una scimmia!”

Il bimbo sorrise, ma disse:

“No, grazie. Io vorrei la neve”.

La neve? E come faceva questa volta a regalargli la neve? A parte il fatto che quella era una tiepida città sul Mediterraneo, e quindi la neve non era caduta mai, se non eccezionalmente; ma anche fosse stata una città d’alta quota, poteva forse il Mercante far sì che nevicasse a comando?

“Devi darmi del tempo, domani forse potrò accontentarti”, disse l’uomo.

“Lo so. Altrimenti non te lo avrei chiesto”, rispose il bimbo e si allontanò.

Questa volta però pareva impossibile esaudire un tale desiderio. Ancora il Mercante si lasciò cullare dalla pace della sera, ancora chiese aiuto al suo sogno bambino. L’aria era tiepida, qualcosa di morbido e leggero lo sfiorava di tanto in tanto, finché aprì gli occhi felice. Aveva trovato!

Il mattino dopo la sua bancarella non era più in centro città ma in periferia, immersa nel sole e nel vento. Quando il bimbo arrivò con la sua richiesta dipinta negli occhi, il Mercante gli si avvicinò e disse:

“Quando il sole comincerà a calare e il vento si farà più forte, avrai la tua neve”.

Poco dopo infatti i raggi del sole, che si facevano man mano più bassi, illuminarono fragili ciuffetti bianchi che volavano col vento, prendevano quota, scendevano, tornavano a salire in una vivace danza che sfuggiva alle mani e ai pensieri. Dagli alberi che circondavano la bancarella un esercito di neve di pioppi correva nell’aria.

“Questa è la tua neve, di più non si poteva fare”, disse il Mercante.

“Oh, è bella, è bella!” rispose il bimbo, mentre affondava le mani in quei fiocchi vegetali, rapiti dalla terra. La gente, un po’ infastidita da starnuti e bruciori agli occhi, si allontanava. Solo il bambino e il Mercante ridevano.

E così accadde ogni anno… Il Mercante tornava in città ogni primavera, con i suoi tesori che ormai per lui non avevano più nulla di misterioso, mentre sorprendenti erano le richieste del bimbo e ancor più le risposte che lui stesso riusciva a trovare.

Una volta il bimbo gli domandò una stella, e il Mercante trascorse in piedi tutta la notte per trovare una lucciola. La notte successiva, quando la liberò, disse al bimbo che Dio aveva creato le lucciole perché provassimo la gioia di sfiorare le stelle.

Un’altra volta il bimbo gli domandò un mistero.

“Come un mistero? Spiegati meglio”, disse il Mercante.

“Un mistero, qualcosa che accade e stupisce, e non ci si spiega bene”, ribatté il bimbo.

Il Mercante interrò in un vaso una piccola ghianda.

“Annaffiala, curala. Diventerà una grande quercia. E questo è un bellissimo mistero”.

Poi, un giorno, il bimbo fece al Mercante una richiesta alquanto strana.

“Regalami il Tempo – disse – regalami ieri”.

Il Mercante ormai era allenato, non gli occorreva più molto per trovare la risposta giusta a queste domande. Si fece sostituire alla bancarella da un aiutante e trascorse l’intera giornata col bimbo. Andarono a pesca, a cavallo, si arrampicarono sugli alberi, andarono in una città vicina dove chiacchierarono con persone mai viste, e siccome il Mercante era da tutti benvoluto e stimato, riuscirono anche a fare una passeggiata su di un cammello, prestato loro da un mercante arabo. Alla sera il Mercante disse al bimbo:

“Oggi abbiamo trascorso una bella giornata. Domattina ti sveglierai e ti accorgerai che ti ho regalato un ieri. Perché solo se vivi l’oggi intensamente avrai un ieri da ricordare”.

Il tempo passava e il Mercante invecchiava, e con stupore vedeva che quel bimbo invece non cresceva mai. Avrebbe tanto voluto darsi una spiegazione… Aveva vissuto una vita avventurosa, aveva conosciuto tanta gente, inventato molte storie, eppure quel bimbo lo obbligava a porsi ogni anno una grossa domanda, e la risposta la poteva trovare solo in se stesso, nelle pagine della propria vita e non nelle fantasticherie che si divertiva a raccontare.

Era stanco, ormai, il vecchio Mercante. C’era chi faceva affari ben più importanti dei suoi, eppure solo da lui si trovavano gli aquiloni, le filastrocche per incantare le lucciole, le gocce di vetro per aprire i raggi del sole in un improvvisato arcobaleno, le foglie ingiallite dell’autunno passato, la sabbia del Sahara, il vento della Normandia, le ghiande del bosco vicino divenute piantine.

“Voglio che sia tu ora a chiedermi qualcosa” disse un giorno il bimbo.

“Allora vorrei sapere chi sei tu, che mi hai costretto a raccontare favole a me stesso e non soltanto alla gente. Che hai riempito le mie bancarelle di momenti della mia vita, e non solo di oggetti lontani”.

Il bimbo gli sussurrò qualcosa all’orecchio e gli posò la piccola mano sul cuore. Il vecchio Mercante chiuse gli occhi e sorrise felice.

Rondini e nuvole osservavano dall’alto il variopinto spettacolo della sera; tra le bancarelle colorate riposava un uomo, il volto sereno, di una non ben precisabile età.

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