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Sedia rossa contro violenza donne, l'ideatrice: "Basta con la retorica del 'se vuoi, puoi'"

Una sedia rossa per simboleggiare il vuoto lasciato dalle vittime di femminicidio: la prossima installazione martedì 21 novembre in Regione. Gli ideatori sono tre genovesi, Deborah Riccelli, Gabriella de Filippis e Ivano Malcotti: "La società spinge alla competizione e al bisogno di possesso, così un rifiuto nella mente dei violenti diventa inaccettabile"

Una sedia rossa, vuota, per simboleggiare tutte le vittime del femminicidio che non sono più tra noi, da domani sarà esposta anche nel palazzo del consiglio regionale della Liguria. Le installazioni, decorate ogni volta da un artista diverso, hanno già trovato spazio a palazzo Ducale, a Tursi e in vari luoghi della città come la biblioteca Benzi e il palazzo della Salute di Sestri Ponente. Ma anche in diversi comuni della Città Metropolitana e di altre regioni, da Pieve Ligure a Sarzana, da Mignanego fino a Caserta in memoria di Veronica Abbate che venne uccisa dall'ex fidanzato nel 2006. In totale, con quella di domani, saranno collocate diciassette sedie rosse. 

A ideare questo progetto sono tre genovesi: Deborah Riccelli, autrice ed esperta in violenza di genere, l'avvocata Gabriella de Filippis e il pedagogista Ivano Malcotti, presidente di Socrem, società che collabora con l'iniziativa.

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"Acquistiamo le sedie - spiega Deborah Riccelli - e poi vengono dipinte di rosso e trasformate da artisti di fama nazionale. Diventano così opere d'arte, nessuna è uguale all'altra, da tenere nei luoghi istituzionali. Martedì sarà la prima volta che, in consiglio regionale, verrà installato un presidio fisso, penso sia importante". All'inaugurazione, l'autrice reciterà il suo monologo "L'avrei chiamata Elena" dedicato a Jennifer Zacconi, uccisa dal padre della bambina che portava in grembo.

Inevitabilmente, domani, il pensiero andrà non solo alla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne, il 25 novembre, ma anche al recentissimo femminicidio di Giulia Cecchettin

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Com'è possibile che, nonostante la crescente sensibilizzazione e attenzione sul tema, si contino ancora molti casi di violenza di genere (anche in Liguria)? "Penso che - dice Riccelli, che ha lavorato a lungo anche insieme a centri antiviolenza - i ragazzi oggi stiano ricevendo stimoli sbagliati. La società li spinge a dover essere sempre i primi, alla competizione insana e al bisogno di possesso. I genitori spesso non li abituano ai 'no', dunque un rifiuto nella mente di un violento diventa irricevibile. Bisogna anche stare attenti al messaggio che tutti possono fare tutto e basta volerlo: è una retorica controproducente perché poi ci si scontra con la realtà, si scopre che non si è onnipotenti, che non si è sempre vincenti e che esistono anche i rifiuti che bisogna saper accettare. La continua ricerca di essere migliori non deve spingerci a voler diventare 'i migliori' a tutti i costi, trascinandoci in una competizione in cui il rifiuto è visto come qualcosa di inaccettabile". In questo il ruolo dei social è importante ma spesso, mostrando ai giovanissimi vite perfette solo in apparenza, non aiuta.

C'è anche un problema a livello legislativo: "L'impressione - conclude l'autrice - è che manchi una vera certezza della pena e tutele anche per il dopo. Molte donne hanno paura di denunciare perché temono che, dopo la pena, l'ex possa tornare a cercarle indisturbato. Purtroppo c'è ancora molta strada da fare".

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