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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
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Peste suina in Liguria, la Regione allarga l'area a rischio

La Regione ha allargato la lista dei comuni considerati area a rischio diffusione della peste suina. Della lista fanno parte 36 comune liguri, tra cui diverse aree dell'entroterra genovese. Il Ministero della Salute dovrà decidere divieti e restrizioni per limitare la diffusione dell'epidemia

Dopo che le autorità sanitarie hanno accertato che è la peste suina la causa della morte dei cinghiali rinvenuti a Isola del Cantone e a Ovada, in provincia di Alessandria, sono scattate le misure di contenimento di Regione Liguria e Piemonte, coordinate dal Ministero della Salute.

La Liguria ha diramato agli ambiti territoriali di caccia un avviso per invitare gli iscritti a sopendere immediatamente le attività venatorie nei comuni considerati a rischio per la diffusione della peste suina. Nel pomeriggio si mercoledì 12 gennaio, spiega l'assessore Piana, il ministro dovrebbe firmare l'apposita ordinanza per definire le restrizioni e i divieti che interesseranno una parte del territorio ligure e genovese.

La Regione ha individuato 36 comuni liguri a rischio epidemia, che comprendono buona parte dell'entroterra genovese a partire da Arenzano fino a Sori, compresi Crocefieschi, Davagna, Isola del Cantone, Lumarzo, Masone, Mele, Mignanego, Montoggio, Ronco Scrivia, Rossiglione, Sant’Olcese Savignone, Serra Riccò, Tiglieto, Torriglia, Valbrevenna e Vobbia.

In queste aree l'indicazione della regione è quella di evitare la caccia di qualsiasi specie animale, la raccolta di funghi e ogni altra attività nelle aree boschive. Inoltre è sconsigliata la movimentazione di qualsiasi tipo di animali zootecnici. È stata sospesa a tempo indeterminato anche la certificazione veterinaria per l’esportazione delle carni suine.

Alisa partecipa all’unità di crisi attivata dal Governo a cui compete decidere i provvedimenti per contenere la diffusione di questa epidemia. Le misure riguarderanno le aree ricomprese tra i territori di Genova, Ronco Scrivia, Novi Ligure, Acqui Terme, Spigno Monferrato e Albissola Marina. Il responsabile del servizio veterinario di Alisa, Roberto Moschi, ha dichiarato:

"Si tratta di un virus che si trasmette molto facilmente ma che colpisce esclusivamente gli animali suini e i cinghiali. Non si trasmette all’uomo, né agli altri animali. L’elevata contagiosità rende però necessaria una particolare attenzione agli allevamenti suini sul territorio e al controllo delle popolazioni selvatiche”

La diffusione della peste suina potrebbe provocare un grave danno economico per tutte le aziende liguri che operano nel settore della zootecnia. Secondo la sezione ligure della Confederazione Italiana Agricoltori il problema deriverebbe anche dall'elevato numero di cinghiali presenti sul territorio.

Aldo Alberto, presidente di Cia Liguria, ha dichiarato

"Il sovrannumero crea sempre nuove emergenze, favorisce epidemie, porta a nuove restrizioni per allevatori e aziende dalla filiera. Con il blocco della caccia per questi casi di peste suina, avremo ulteriori problemi sul territorio. I dati sono evidenti: i capi abbattibili in questa stagione erano 23.200, quelli abbattuti al 31 dicembre 2021 sono 13.500. Ora la situazione si aggraverà ulteriormente".

In Europa casi di peste suina sono stati individuati soprattutto nei paesi dell'est, come Polonia, Ungheria e Bulgaria, ma anche in Germania, dove la peste suina è stata rilevata a settembre 2020. Tutti i focolai sono stati riscontrati in cinghiali allo stato libero.

Secono la Lav (Lega anti vivisezione) i casi riscontrati in Piemonte e Liguria non hanno alcun collegamento con i focolai individuati nel resto d’Europa, pertanto il veicolo di introduzione del virus in Liguria e Piemonte potrebbe essere l'uomo.

In particolare, in una nota diffusa il 10 dicembre, la Lav ha affermato:

"Se si considera che le vittime della contaminazione sono cinghiali selvatici allo stato libero, regolarmente cacciabili fino al 31 gennaio, è evidente che i principali indiziati non possono che essere i cacciatori, assidui frequentatori delle zone abitate dai cinghiali. È la stessa Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) a individuare i cacciatori tra i principali possibili diffusori del virus della PSA all’interno degli allevamenti, che con la loro attività possono assumere un ruolo ponte con l’ambiente selvatico contaminato".

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