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Giovedì, 18 Agosto 2022
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Violenza sulle donne, il centro Pandora: "Solo in Valpolcevera richieste di aiuto quasi ogni giorno"

Il centro antiviolenza opera soprattutto in Valpolcevera e ultimamente le richieste di aiuto sono aumentate: "Uscire dalla violenza si può, ma servono più misure di protezione delle vittime fin dalla prima denuncia"

Uomini che rifiutano di non poter controllare le donne: questo il fil rouge che lega tanti femminicidi, tra cui l'ultimo, a San Biagio, dove un uomo, Sebastiano Cannella, ha ucciso la moglie da cui si stava separando, Marzia Bettino. Ma poi anche l'omicidio di Clara Ceccarelli in via Colombo per mano dell'ex e quello di Alice Scagni a cui il fratello ha tolto la vita.

Un delitto, quello di Marzia Bettino, che dal 27 luglio scuote le strade di San Biagio vecchia, in Valpolcevera, luoghi piccoli in cui tutti si conoscono. E proprio nella vallata opera il centro antiviolenza Pandora, con il patrocinio del Municipio e del Comune di Casella. La realtà, gestita dalla Cooperativa Sociale Mignanego, cura la Casa Pandora in via Piccone, a Certosa, e il centro antiviolenza con sportelli a Mignanego, Certosa e Casella: "Le piccole realtà in genere non aiutano - spiega a GenovaToday Paola Campi, presidente della Cooperativa Sociale Mignanego che gestisce il centro -. Da una parte si spera che si possa creare in modo naturale una rete di solidarietà rispetto alle situazioni di violenza, in cui le persone sanno e stanno vicine alle vittime, le aiutano anche a sporgere denuncia. Dall'altra esporsi in un contesto in cui tutti si conoscono diventa più difficile. Per quanto riguarda la realtà della Valpolcevera stiamo facendo tanta attività di promozione del nostro sportello per raggiungere il maggior numero possibile di donne, in modo da far sapere loro che ci siamo e che possiamo aiutarle. Infatti i numeri di casa Pandora stanno purtroppo crescendo di giorno in giorno specie nella vallata. Da gennaio a oggi sono arrivate davvero tante richieste di aiuto, quasi una al giorno solo in Valpolcevera".

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"Servono più misure di protezione delle vittime di violenza"

È sufficiente, però? "La comunicazione sicuramente serve, è fondamentale far sapere che ci sono servizi di questo tipo, ma troppi casi testimoniano che le misure di protezione delle donne non bastano. Al di là di queste, comunque, c'è sicuramente ancora da lavorare sulla solidarietà sociale: in posti piccoli, proprio perché tutti ci conosciamo, l'idea di proteggerci dovrebbe essere alla base di una comunità. Spesso invece c'è un sentimento di indifferenza generica, a volte il vicino di casa sente urlare ma non si preoccupa".

Il senso di abbandono a 360 gradi nella donna vittima di violenza diventa così dominante: "Una delle cose che percepisco di più nelle persone che si rivolgono a noi è il senso di solitudine, il tema dell'imbarazzo nell'ammettere a se stesse e poi agli altri cosa sta accadendo. Le donne che subiscono violenza fanno fatica a raccontare a noi cosa sta succedendo, figuriamoci ai vicini di casa. Quello che riscontriamo è un mix di solitudine, indifferenza dei contesti e leggi che non aiutano le donne a essere più sicure".

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Per quanto riguarda le normative, ci sono le case rifugio che però entrano in gioco come ultima misura e quando si corre un reale rischio di vita. Prima c'è un percorso molto delicato che parte dalla paura delle conseguenze della denuncia. Il timore comprensibile è quello di tornare nella stessa casa dell'aguzzino dopo averlo denunciato: "Finché non si arriva alla casa rifugio non ci sono altri posti in cui andare - continua Campi - e comprendo la difficoltà nel denunciare un uomo che sta nella stessa casa in cui poi la donna torna. Quello dell'abitazione è un altro grande tema perché se ci fossero a disposizione più spazi le donne sarebbero più libere di andare senza aspettare di arrivare a momenti drammatici. Su questo fronte ci vorrebbero misure di protezione da mettere in campo fin dalla prima denuncia".

Il lavoro dei centri antiviolenza che operano quotidianamente sul territorio è enorme: "Il nostro impegno è lavorare sui temi dell'accoglienza, dell'orientamento al lavoro, del supporto psicologico, della mediazione culturale e della consulenza legale, ma non solo. Negli ultimi anni lo sforzo è proprio dedicato a immaginare soluzioni abitative alternative o integrative alla casa rifugio: tanto è vero che sui fondi statali del Dipartimento delle Pari Opportunità del 2021 abbiamo scelto che la quota del centro antiviolenza Pandora fosse destinata sul sostegno all'abitazione. Certo, ci vogliono tempo e fondi, è un lavoro lungo".

Il lavoro incessante dei 10 centri antiviolenza in Liguria 

Il messaggio alle vittime di violenza è, comunque, di rivolgersi ai centri: "Ci sono 10 centri antiviolenza in Liguria, da Sarzana a Ventimiglia e funzionano tutti molto bene. Poi ci le forze dell'ordine, le istituzioni. Le donne non devono avere paura né vergogna a chiedere aiuto perché c'è una rete solida che le può aiutare. Si stanno sviluppando servizi, mezzi tecnologici per poter aiutare le donne (un esempio è la chatbot #Nonpossoparlare, ndr), ci sono sempre più opportunità. Dunque alle donne diciamo con forza che non sono sole, c'è una rete di professioniste pronte ad assisterle in qualsiasi momento".

I centri antiviolenza nella nostra regione sono Insieme Senza Violenza (Imperia), Centro Antiviolenza Telefono Donna (Savona), Centro Antiviolenza Artemisia Gentileschi (Albenga), Centro Antiviolenza Mascherona (Genova), Centro per non subire violenza Onlus (Genova), Centro Antiviolenza Casa Pandora "Margherita Ferro" (Genova), Centro Antiviolenza Pandora (Mignanego), Telefono Donna Centro Antiviolenza Cif Aps (Chiavari), Centro Antiviolenza Irene (La Spezia) e Centro Antiviolenza Mai più Sola (Sarzana).

Il fenomeno della violenza sulle donne è trasversale e il denominatore comune è quasi sempre il rifiuto dell'uomo di non avere il controllo e il potere sulla donna. Ma quando scatta la molla che fa sì che quest'ultima denunci? "Sulla base della nostra esperienza - conclude Campi - quando raggiunge la consapevolezza di quello che sta succedendo e capisce che è l'ora di finirla. È un percorso non semplice, spesso di introspezione e non legato a un episodio specifico. Intendiamoci, ci può essere la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso, ma le decisioni prese in maniera impulsiva, spinte dall'emotività del momento, rischiano di non essere definitive. Quando invece è maturata la consapevolezza del fatto che è arrivato il momento di dire basta, la donna affronta un percorso doloroso, difficile, mai da sola e sempre accompagnata da noi, ma determinata a portarlo avanti".

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