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Giovedì, 1 Dicembre 2022
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Su Rai Due il docufilm su Donato Bilancia, serial killer che terrorizzò Genova e la Liguria

Uccise prostitute a Genova, Varazze, Arenzano, Cogoleto, alcune donne incrociate sui treni della Liguria di notte, e altre vittime, terrorizzando la Liguria negli anni '90

Donato Bilancia è il serial killer che nella nostra storia criminale ha accatastato più cadaveri lungo la sua traiettoria, 17 vittime: 9 uomini, 8 donne, terrorizzando Genova e anche il resto della Liguria. Mai nessuno ha ucciso così tanto e in così poco tempo, dal 15 ottobre 1997 al 20 aprile 1998, sei mesi di fuoco, che lui ha definito “la mia consecutio temporum”.

Sulla vicenda prova a fare luce il docu-film “Le tre vite di Donato Bilancia”, in onda il 7 ottobre alle 21.25 su Rai Due, per il ciclo di Rai Documentari “L’Italia Criminale, quando la cronaca fa la Storia”. Il docu-film, una produzione Rai Documentari realizzato con il Cptv Rai Milano, scritto e diretto da Pino Corrias con Renato Pezzini e con la collaborazione di Massimo Calandri, ripercorre la storia di Donato Bilancia rintracciando i testimoni delle sue tre vite, quella del giocatore nella Genova che a occhio nudo non si vede; quella dell’assassino, ricostruita attraverso gli audio originali della confessione resa nei tre giorni e tre notti di interrogatori; quella del carcerato, durata 22 anni, dal 1998 fino al 17 dicembre 2020, quando sarà il covid a chiudere la sua esistenza e anche il suo mistero. Dopo la messa in onda in tv, la serie sarà disponibile anche a questo link.

La storia di Donato Bilancia

Bilancia è nato nel 1951 a Potenza, in una famiglia piccolo borghese, emigrata a Genova negli anni ’50: “la mia era una famiglia disgraziata, litigi, botte, un inferno” dirà. Cresce con il complesso del fisico inadeguato e del pene piccolo: “Mio padre d’estate mi denudava di fronte alle mie tre cugine e io piangevo, mi attorcigliavo, morivo di vergogna”. Va male a scuola ma se la cava nella vita sciolta, gli piacciono la notte e le cattive compagnie, la zona del porto con prostitute, bische e bar notturni. Ripete tre volte la terza media, abbandona. Fa il barista, il meccanico, il panettiere ma la sua vocazione è fare il ladro. I primi tempi entra e esce dal carcere, che sarà la sua scuola di avviamento al delitto. Frequenta vari maestri di malavita che gli insegnano i segreti delle serrature e come fare un buon piano di attacco e di fuga: ruba negli appartamenti, nelle gioiellerie. Dirà: “Ero il migliore ladro professionista in circolazione”.

Non vuole complici, lavora sempre solo: “Io sono un lupo solitario”. Diventa ricco, veste elegante, guida Mercedes. frequenta il Casinò di Sanremo. È un giocatore d’azzardo incallito, capace di vincere 200 milioni di lire in una sera e di perdere tutto la sera dopo. Non ha fidanzate e se è con una donna, l’ha appena pagata. Lo segnano due episodi, che lo isolano ancora di più nel rancore verso il mondo: la tragedia del fratello che nel 1987 si suicida buttandosi sotto al treno con il figlio di 4 anni, nipote prediletto, e il tradimento di quello che credeva il suo unico vero amico, Maurizio Parenti, con cui frequenta le bische. Una sera del 1997 per caso lo sente vantarsi con il padrone della bisca per avergli portato “quel pollo di Bilancia” che hanno spennato insieme, portandogli via quasi 500 milioni di lire in un mese di gioco truccato. Per Bilancia è un colpo al cuore. La sua vendetta contro il mondo si arma quella notte.

L’assassino che ha terrorizzato Genova

La notte del 15 ottobre 1997 aspetta sotto casa il proprietario della bisca, lo trascina nell’appartamento, lo uccide tappandogli naso e bocca con il nastro adesivo. Nove giorni dopo si occupa di Maurizio e di sua moglie, li sequestra nella loro casa, li lega, parla con loro a lungo, spiega il movente, si gode il loro terrore, poi spara in testa a lui e due volte al petto di lei. Ha imparato a uccidere. E da quel momento lo farà in un crescendo. Dopo il movente della vendetta, sarà quello della rapina a muoverlo: i due gioiellieri, i due cambiavalute, il benzinaio, Poi ancora ucciderà per puro odio e disprezzo contro le donne: le quattro prostitute uccise a Genova, Varazze, Arenzano, Cogoleto. Fino alla massima crudeltà dell’omicidio casuale, quello senza movente, due donne incrociate sui treni della Liguria, di notte. Mandando nel panico l’Italia intera. Per mesi gli inquirenti indagano in ordine sparso. Gli omicidi apparentemente non hanno un filo che li leghi tra loro. Un paio di esperti balistici scoprono che nei primi delitti viene usata la stessa pistola ma il loro referto viene ignorato per mesi. Anche perché dei delitti se ne occupano, per competenza territoriale, 5 differenti procure: Genova, Savona, Sanremo, Imperia, Alessandria, che indagano senza scambiarsi informazioni. Fino a quando sarà Enrico Zucca, il magistrato di Genova che con i carabinieri del Nucleo operativo indaga sull’omicidio della nigeriana Tessy Adodo, a ricollegare la sequenza dei delitti in corso, selezionare gli indizi e a mettere a fuoco la pista che li condurrà fino a Donato Bilancia. 

Il carcere e gli interrogatori

Li aiuterà l’identikit fornito da Lorena, un transessuale sfuggito miracolosamente all’assassino; l’identificazione di una Mercedes nera usata durante i delitti; la testimonianza dell’uomo che ha venduto un’auto del tutto simile a uno strano personaggio solitario, un ladro di professione, un giocatore d’azzardo, mai indagato per violenza. E ancora li aiuterà il clamore degli omicidi casuali sui treni, nella settimana di Pasqua 1998, che impone la svolta alle indagini per catturare il più presto possibile quello che i giornali chiamano “Il giustiziere della Liguria”, “Il serial killer dei treni”. 

Iniziano i pedinamenti. Da un caffè bevuto al bar e dal mozzicone di una sigaretta, i carabinieri identificano il dna del sospettato e finalmente il cerchio si chiude. Donato Bilancia, detto Walter, viene arrestato alle 11 del mattino del 6 maggio 1998. Non oppone resistenza. Resterà in silenzio per una settimana. Poi accetterà di sedersi di fronte agli inquirenti che lo accusano di otto omicidi. Chiederà acqua e sigarette. Dirà: “Se volete che vi racconti la mia storia, dobbiamo cominciare dall’inizio. E l’inizio non è un omicidio, non sono otto omicidi, ma diciassette”.

Reo confesso, condannato a 13 ergastoli senza mai andare in aula, “mi vergogno di farmi guardare in faccia dai parenti delle vittime”, Bilancia vivrà altri vent’anni nel carcere Due Palazzi di Padova. Prima da detenuto isolato e solitario. Poi protagonista di una lenta risalita: lo studio, il diploma di ragioneria, la nuova socialità con il gruppo teatrale del carcere. E a sorpresa, negli ultimi anni, una forte revisione della sua storia, fino alla conversione e, a suo modo, una richiesta di perdono, così privata da non diventare mai pubblica. E che i testimoni di quella sua ultima vita raccontano per la prima volta.

Il mistero di Bilancia

Il mistero di Bilancia è stato analizzato da almeno una dozzina di psichiatri. Crudeltà e piacere si intrecciano nel movente dei suoi delitti senza movente. Diranno: “Più le sue uccisioni erano arbitrarie, perentorie, senza esitazioni, più il suo senso di onnipotenza cresceva. E, con l’onnipotenza, il piacere”. Ma Bilancia uccide anche “perché è facile farlo”, come dice il magistrato che lo ha catturato e interrogato, quando i freni inibitori – per disamore, solitudine e rancore contro il mondo – sono del tutto manomessi. Bilancia non è mai stato matto, non è mai stato incapace di intendere e volere. Dice l’autore Pino Corrias: “E’ diventato un assassino perché voleva farlo, senza mai provare rimorso. Era il male. Ma un male che ci riguarda, che sta nascosto dentro i nostri specchi più intimi, più segreti, contro il quale combattiamo ogni giorno, nelle nostre vite ordinarie, apparentemente inoffensive”. Per questo il documentario prova a illuminare la storia del “più sanguinario serial killer” d’Italia e d’Europa, il suo cuore nero. La sua scandalosa semplicità quando confessa: “Posso spiegarvi come li ho uccisi, dettaglio per dettaglio. Ho fatto a tutti la stessa cosa: a ognuno un colpo in testa. Routine, monotonia assoluta. Ma non chiedetemi perché l’ho fatto, perché non lo so”.

“Quel 'non lo so' – spiega ancora Corrias a Rai Documentari - è la sola bugia contenuta nella sua confessione, quando ancora provava a farsi passare anche lui da vittima della propria violenza. Quella bugia la scioglierà solo alla fine della sua vita, negli ultimi anni di carcere, nelle sue ultime lettere. Non per nulla, quando si ammala di Covid, dicembre 2020, rifiuterà le cure, lasciandosi morire. È stato il suo modo di alzarsi dal tavolo verde della vita, come fanno i giocatori d’azzardo, quando finalmente perdono tutto”.

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