Coronavirus, l’infettivologo Bassetti: «Servono test a campione per mappare il virus»

Il direttore della Clinica di Malattie Infettive del San Martino: «Occorre estendere i test sierologici ad ampie fasce di popolazione»

Anche in Liguria test sierologici su ampie fasce di popolazione per mappare il virus e la sua diffusione: secondo Matteo Bassetti, infettivologo impegnato nella lotta al coronavirus sin dal giorno uno e direttore della clinica di Malattie Infettive del San Martino, sarebbe una strategia efficace per mappare il covid-19 e la sua diffusione, e per sapere anche quante persone di fatto non potranno più ammalarsi perché hanno sviluppato gli anticorpi.

Il test in questione è quello che comporta un prelievo di sangue e un analisi per individuare se la persona in esame ha sviluppato gli anticorpi Igm e Igg, quelli che indicano (di norma, ma non sempre) se ha contratto il virus ed è riuscito con le sue difese immunitarie a sconfiggerlo: «Occorrono studi a campione su studenti, rsa, operatori sanitari, donatori di sangue, forze dell’ordine, quartieri cittadini e via dicendo - conferma Bassetti - Solo così potremmo sapere quanti sono stati contagiati, probabilmente moltissimi (qualche milione) e quindi già immuni al virus. Avremmo così la mappatura della reale diffusione del virus e sapere quanti possono essere tranquilli di aver già superato l’infezione e, ci auguriamo, che non si possano più ammalare».

«Il dato ufficiale fornito oggi in Italia è di circa 100mila contagi, ma tutti ormai sono concordi nel ritenerlo sottostimato - prosegue l'infettivologo ligure - qualcuno parla di casi 10 volte superiore, e non 30-40 volte. Si parlerebbe di qualche milione di contagiati, tenendo conto anche di asintomatici e di chi ha sintomi lievi, ed è fondamentale fare uno studio approfondito ed esteso per capire come stiamo andando e dove stiamo dando e capire la reale letalità di questo virus. Il 10% mi pare francamente eccessivo. Senza voler banalizzare, affatto, le persone che hanno perso la vita, un conto è se i 10mila morti sono su 100mila contagi, un conto è se si calcola su qualche milione di contagi».

La seconda cosa utile che deriverebbe da una serie di test sierologici su fasce della popolazione è che si capirebbe chi ha sviluppato le Immonuglobuline G, che teoricamente indicano un'infezione avvenuta e sconfitta: «Le Igg dorvrebbero conferire immunità, ed è utile anche per capire chi può tornare a lavorare e a uscire senza pericolo di contagio o trasmissione - prosegue Bassetti - il modello è quello tedesco, in Germania hanno voluto iniziare a fare test per capire quanti potevano rientare a lavorare e in generale in società».

Bassetti aveva da subito suggerito di effettaure test, per esempio, sui donatori di sangue: «In quel modo hai uno spaccato da cui partire. Pensiamo agli studenti universitari, agli operatori sanitari, alle forze dell'ordine: non potendo testare tutta la popolazione, si testano dei campioni e poi si moltiplicano i dati per creare un modello. Un'altra idea potrebbe essere campionare interi quartieri».

«L’unico problema, nell'adottare una soluzione di questo tipo, è che facendo ora i test saremmo troppo a ridosso del picco: molti potrebbero non avere ancora sviluppato le Igg, che ci mettono qualche settimana - conclude Bassetti - si potrebbe quindi pensare di fare i test oggi, e di ripeterlo tra 2-3 mesi per capire che cosa è cambiato»

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