Coronavirus, lo psicologo sul dopo epidemia: «Siamo dentro la storia, dobbiamo essere noi a cambiarla»

Piero Cai, psicologo e psicoterapeuta del San Martino, analizza lo scenario post emergenza sia dal punto di vista di chi ha vissuto in isolamento, sia da quello degli operatori sanitari che lottano contro l'infezione da covid-19

Quando finirà? Come ne usciremo? E cosa succederà dopo? Interrogativi ancora senza risposta, e sempre più frequenti a due settimane dall’entrata in vigore delle norme per l’emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus e con la prospettiva, ormai certa, del prolungamento almeno sino a dopo Pasqua.

Domande legittime, soprattutto alla luce delle ansie, delle paure e delle frustrazioni di una società costretta tra le mura di casa e di vite rivoluzionate nelle piccole e grandi cose. Di certo, al momento, c'è che un "dopo" sicuramente ci sarà, ma che tornare a ciò che c’era prima non solo non sarà possibile, ma nemmeno auspicabile.

L’analisi arriva dal dottor Pietro Cai, psicologo e psicoterapeuta del Policlinico San Martino, che in queste settimane, insieme con il team di colleghi, sta lavorando per garantire il benessere e la salute mentale di chi ha perso una persona cara per il covid-19, di chi lo ha contratto, di chi lo combatte ogni giorno negli ospedali, e di chi semplicemente ha paura. Di ammalarsi, o di contagiare qualcuno che gli è caro.

«Facciamo tesoro di questo periodo per migliorare le cose»

«Oggi siamo dentro la storia, e la storia ci dice che noi la possiamo cambiare, ma dovremo anche comportarci di conseguenza - conferma Cai - La speranza è che questa crisi in qualche modo possa cambiare nuovamente i nostri punti di riferimento e il nostro sistema di valori. Le crisi spesso sono modi per migliorare, non sono solo cose negative, anche se è ovvio che è molto doloroso, e molto faticoso. Ma la crisi può farci affrontare il futuro in maniera diversa. Quando finirà non lo sappiamo, ma non si potrà tornare al mondo com’era prima, anche solo da un punto di vista economico. Avremo tante ferite, saremo tuti sicuramente più stanchi e addolorati, ma potremo imparare a migliorare il nostro modo di rapportarci con gli altri».

La prima, fondamentale questione da affrontare è il modo in cui si reagirà nell’immediato alla fine dell’emergenza. Non un “liberi tutti”, che metterebbe nuovamente a rischio il sistema (non solo sanitario) e la società, ma un ritorno consapevole alla vita, pensando anche gli altri.

«Dobbiamo stare dalla parte dei più fragili, perché sono loro che pagano il prezzo più alto - sottolinea Cai - se io sto a casa non difendo solo l’operato dei medici, ma anche i più fragili, le persone con malattie spesso multiple, gli anziani. Il virus ci sta dicendo tante cose: in Italia ci sono così così tanti morti perché siamo un paese anziano e malato. Viviamo tanto, ma abbiamo tante malattie, e dobbiamo provare a usare questa crisi come processo di ripensamento dei nostri stili di vita. Sarà una straordinaria occasione: se useremo la negazione, processo che spesso viene utilizzato, la storia poi si ripeterà, le limitazioni continueranno e una ricaduta, dopo avere iniziato il percorso verso la normalità, avrebbe ripercussioni anche psicologiche molto importanti. Ma se useremo la sofferenza, tollerata e capita, riusciremo a evolverci. Un po’ come nei videogiochi: se si riesce a sconfiggere il nemico si passa a un livello superiore, se non ci si riesce si resta dove si è, se non addirittura si torna indietro».

Operatori sanitari e stress post traumatico

Il secondo tema da affrontare sarà lo stato psicofisico degli operatori sanitari: sottoposti a un enorme stress in queste settimane, molti stanno andando avanti sostenuti dall’adrenalina, dal senso del dovere e dalla necessità di farcela. Perché così deve essere. Ma una volta che la pressione allenterà al morsa - si spera il prima possibile - anche loro dovranno fare i conti con l’esperienza.

«Noi eravamo in prima linea, come psicologi, durante l’emergenza ponte Morandi - prosegue Cai - Abbiamo visto e compreso le conseguenze anche a lunga distanza, sia sui cittadini sia sugli operatori. L’effetto dei traumi non va considerato solo legato al trauma in sé, ma anche agli echi che quel trauma risveglia. E chi lo ha vissuto sulla propria pelle farà indubbiamente molta più fatica».

Medici e infermieri, soprattutto quelli che operano nei reparti di Rianimazione, nei pronto soccorso e in Malattie Infettive, sono quelli più esposti allo stress post traumatico. Ma tutto il personale sanitario sarà costretto a gestire “l’onda d’urto” di questa situazione senza precedenti: «Già ora abbiamo dato la completa disponibilità al personale per chiamate, videochiamate e tutto ciò che serve per supportarli - conferma Cai - ma la maggior parte degli operatori sta reggendo e sta andando avanti e non vogliono rischiare di avere un crollo abbandonandosi all’introspezione. Molti, quasi tutti, mi hanno detto “adesso no, dopo sicuramente” riferendosi a un supporto psicologico».

Il team di psicologi del San Martino sta quindi già pensando all’aiuto da offrire quando l’emergenza sarà diminuita, i reparti svuotati, la richiesta di assistenza e cura inferiore: «Adesso sono “bombardati” costantemente da un effetto che, quando dura tanto, si trasforma in stress cronico, che genera anche esiti psicofisici pesanti se non viene raccolto. Stiamo già pensando a progetti di intervento per tutti gli operatori, dobbiamo fare in modo che il processo di negazione, normale e naturale, non prenda il predominio. La paura e lo stress restano dentro, e dovremo trovare il modo di trasformare questo vissuto drammatico e angosciante in qualcosa di arricchente».

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La “regola” generale, per tutti, resta quella di affrontare la situazione e trarne, se e quando possibile, il meglio: «Se saremo in grado di raccogliere l’esperienza di ciò che è capitato e farne tesoro, imparare, potremo uscirne migliorando le cose - conferma il dottor Piero Cai, psicologo e psicoterapeuta del Policlinico San Marino - Se useremo il meccanismo del “mettiamo via e riprendiamo questa vita”, frenetica e consumistica, ci ritroveremo purtroppo a non avere imparato nulla».

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