Fase 2 e moda, i negozianti genovesi si preparano alla riapertura: «Il 30% non ce la farà»

Per i negozi di abbigliamento possibile riaprire rispettando le norme anti-contagio, ma sarà difficile ritrovare i clienti dopo il lockdown. L'intervista alla vicepresidente di Federmoda Genova

Le prime conseguenze concrete del lockdown sull’industria della moda sono arrivate proprio in questi giorni: il colosso di “fast fashion” svedese H&M ha annunciato l’intenzione di chiudere 7 punti vendita in Italia per il danno economico provocato dalla chiusura prolungata. E nei giorni in cui è arrivata la conferma che i negozi di abbigliamento non riapriranno prima del 18 maggio, anche i commercianti liguri, insieme con quelli del resto d’Italia, protestano.

Federmoda si è fatta già portavoce della preoccupazione del comparto a livello nazionale: lo slittamento dell’apertura, ha detto la Federazione Moda Italia-Confcommercio, contribuirà a causare un calo dei consumi per il 2020 di oltre 15 miliardi di euro. E secondo gli studi, porterà almeno 17mila punti vendita a chiudere davanti a quella che è stata definita “una morte annunciata”, con una ricaduta occupazione di oltre 35mila posti di lavoro persi.

Ecco come potrebbero riaprire i negozi di abbigliamento

A Genova i timori dei titolari dei negozi di abbigliamento sono ugualmente forti, complice una crisi che da tempo attanaglia il settore, complice l’espansione degli acquisti online e promozioni fuori stagione che hanno reso difficile anche rifarsi durante i saldi. 

«Siamo fermi dall’11 marzo - conferma Manuela Carena, vicepresidente di Federmoda-Confcommercio Genova - A Genova e provincia le aziende del comparto abbigliamento sono circa 2.700, e parlo di quelli registrasti alla Camera di Commerico. Ognuno di questi negozi ha una media di 1-2 dipendenti, e noi calcoliamo e prevediamo che almeno un 30% non riaprirà più. Con la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro solo nel comparto abbigliamento: la prospettiva è abbastanza terrificante».

Dall’esperienza negativa si sta però già cercando di trarre aspetti positivi, preparandosi all’agognata riapertura: «Come piccoli negozi abbiamo un aspetto che dobbiamo sfruttare, e cioè il fatto che in ambienti piccoli è più facile garantire che non si verifichino assembramenti - spiega Carena - Il rischio di assembramenti nei nostri negozi era difficile che si verificasse anche prima, a maggior ragione adesso. Sono fiduciosa che rispettare tutte le norme igienico sanitario per noi non sarà un problema: possiamo ricevere una massimo due clienti per volta, con mascherine e guanti, e mettere a disposizione gel e mascherine, sanificando tra un cliente e l’altro. Il problema distanziamento certamente si pone enel momento in cui, per esempio, devi fare un orlo, ma basta avvicinarsi con tutte le precauzioni e i dispositivi di protezione».

Il problema principale non è quindi garantire la sicurezza, ma il potere di acquisto dei clienti e la diffidenza che molti avranno a uscire per entrare in un luogo chiuso: «Per molte persone il reddito è praticamente inesistente, e chi ha ancora un minimo potere di acquisto farà passare molti mesi prima di entrare in un negozio». 

Shop online e "social selling" per mitigare il danno

Un aiuto potrebbe arrivare dall’e-commerce e da altre forme di vendita a distanza: non solo siti internet, ma anche nuove modalità come il “social-selling” e la vendita con consegna a domicilio, che la stessa Carena, titolare di due punti vendita di lingerie e moda mare, ha sperimentato. 

«L’e-commerce è un aspetto che il negoziante tradizionale avrebbe già dovuto affrontare - rilette - è un canale che non va a sostituire quello tradizionale, ma deve affiancare la vendita. Chi riuscirà a restare a galla sarà chi è riuscito a reinventarsi con l’home delivery, o con la vendita attraverso i social network, vere e proprie vetrine: in questo modo si può presentare la merce, prendere ordini e consegnarli poi a casa. La risposta per quanto mio riguarda da questo punto di vista è stata positiva, ed è sbagliato avere preconcetti e pensare che le persone non usufruirebbero di un servizio simile». Come Federmoda, inoltre, si sta pensando a mettere a disposizione una piattaforma per la vendita online a tutti gli associati, ma «ci vuole tempo e ci vuole denaro, e sono comunque modi alternativi di vendere. A livello di fatturato è una goccia nel mare, ma è comunque qualcosa».

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Per Carena maggiore supporto dovrebbe arrivare dallo Stato: «A oggi abbiamo ricevuto soltanto i 600 euro del mese di marzo, e neppure tutti - spiega - I dipendenti in cassa integrazione non hanno ricevuto nulla. E noi alla perdita di fatturato, con zero reddito, dobbiamo sommare tutte le spese. Noi non vogliamo aprire a tutti i costi, ma se restiamo chiusi per questioni igienico sanitarie bisogna trovare un modo sensato per sostenere i piccoli imprenditori, una misura senza l’altra non è possibile in uno Stato civile sostenuto dal pagamento delle tasse e dal lavoro. Questi tre mesi persi non si recupereranno più, ci vorranno anni per rimetterei in piedi tutto, e le ripecussioni si avranno su tutta la filiera della moda, dal venditore al produttore di tessuti».

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