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Pandemia e shopping natalizio, lo psicologo: «Quelle folle in strada non vogliono vedere la realtà»

I numeri del contagio restano alti, così come quelli dei morti. Eppure non si rinuncia ad acquistare i regali, con il rischio di assembramenti: ecco cosa ne pensa un esperto

Un Natale d’incertezza e confusione, che arriva a conclusione di un anno difficilissimo in cui migliaia di persone sono morte e molte di più se ne sono ammalate. E la pandemia di coronavirus non allenta la morsa come sperato, tanto che proprio in questi giorni il governo sta valutando se stringere ulteriormente la morsa per evitare un’impennata di contagi e l’arrivo anticipato dell’ormai prevista terza ondata.

Il numero dei morti e dei contagi, unito alla fatica e alla spossatezza del personale sanitario, non sembra però aver convinto gli italiani a rinunciare allo shopping natalizio, né a festeggiare il Natale con gli affetti più cari. Nei giorni scorsi molto si è parlato della folla avvistata nella maggior parte delle città, e la linea condivisa da molti è che no, né il coronavirus né il governo cancelleranno la tradizione. Proprio la folla e le intenzioni di organizzare pranzi e cenoni in casa hanno però convinto il premier Conte a rivedere le misure adottate sino a ora, in un circolo vizioso che sembra non avere fine: abbiamo parlato con Piero Cai, psicologo e psicoterapeuta dell'ospedale San Martino, dei risvolti psicologici e mentali di un Natale in lockdown.

Dottore, come si spiega la folla nelle vie dello shopping con numeri di morti e contagiati così alti?

Questa è una situazione di grande incertezza, abbiamo perso molti dei nostri riferimenti rispetto al prima e dobbiamo confrontarci con una condizione pesantissima da gestire: quello dell’isolamento. L’isolamento è uno tra i fattori principali di stress, anche da un punto di vista dell'evoluzione. L’essere umano è una specie che ha selezionato con cura le risposte all’isolamento sociale, un uomo solo era destinato alla morte. La collaborazione fa parte della nostra evoluzione, ne siamo stati in parte privati e la reazione è comprensibile. Quando c’è un periodo di allentamento, come quello estivo, è chiaro che viene accolto: le persone escono, vanno a fare acquisti per i regali di Natale, recuperano una parvenza di normalità. Poi l’eccitamento consumistico, di cui la nostra attuale società è imbevuta, fa la sua parte: una sorta di facile anti depressivo dopo mesi in cui siamo rimasti chiusi in casa.

Approfittare dell’allentamento può essere comprensibile. Abbiamo però visto immagini di vere e proprie folle in vie strette, in barba a distanziamento sociale e altre raccomandazioni. Come se il rischio contagio ora non esistesse.

L’esclusione è un tema che tocca tutti, è una realtà difficilissima da gestire, e il processo di negazione è una tecnica che tutti usiamo regolarmente per evitare di pensare a ciò che non ci piace o che potrebbe farci male, per coprire emozioni che ci danneggerebbero. Quella che vediamo in alcuni casi, però, non è negazione. È diniego, che è qualcosa di qualitativamente diverso: c’è una realtà oggettiva e non la voglio vedere, non voglio vedere che ci sono centinaia di morti al giorno, non voglio vedere che stiamo vivendo una realtà da certi punti di vista catastrofica. Giustifico la situazione dicendo che le vittime sono anziani, come se valessero di meno, per non parlare di chi nega l’efficacia dei vaccini, ma qui siamo nell’ambito di fantasie paranoidee. Ecco, queste persone non sono negazionisti, sono di-negazionisti, che è qualcosa d’altro.

Intende dire che ci sono persone che distorcono la realtà per vivere meglio?

C’è un aspetto oggettivo in questa situazione: la realtà ci costringe a dover tenere ancora grande attenzione e cautela, non abbiamo molte alternative, il vaccino è una grande speranza, ma per adesso è solo speranza. Eppure alcune persone non lo percepiscono, e al primo allentamento scivolano subito nella libertà massima, intendendo con questo non usare i dispositivi di protezione e sicurezza.

La confusione, però, a volte è alimentata anche dai messaggi che vengono trasmessi dalle autorità e dagli esperti.

La responsabilità ce l’ha anche chi detiene potere e autorità, certo. Se i contagi sono in calo, è corretto dire che sono in calo, ma in alcune persone questo messaggio viene recepito non come una richiesta di stare attenti e continuare su questa strada, ma come un liberi tutti. Sono persone predisposte, ovviamente, che già prima magari credevano poco al virus, e che non vedevano l’ora di avere la giustificazione alle loro convinzioni. Dipende quindi molto da chi riceve il messaggio. Se lo riceve una persona che lo mette in collegamento con altri fattori resterà prudente, se lo riceve una persona che non vede l’ora di avere conferma delle sue convinzioni… sappiamo come va a finire. È fondamentale, pertanto, da parte delle istituzioni pensare bene all’uso delle parole ed alle conseguenze che certi messaggi possono generare.

Quanto secondo lei influisce il periodo del Natale nel rispetto delle regole?

Il Natale viene spesso collegato a tutto ciò che riguarda il familiare, la nascita con una valenza simbolica molto potente. In generale il Natale amplifica i sentimenti della famiglia, se sto tutto l’anno lontano e voglio ritrovarmi a casa è per ricongiungermi, anche simbolicamente appunto. Poi ogni situazione è diversa, è chiaro che per alcuni il Natale rappresenta invece una giornata difficile, ma le proteste di molti cittadini arrivano per i temi di cui abbiamo parlato prima: isolamento, esclusione, soprattutto in una giornata di riconciliazione e ricongiungimento per eccellenza.

Che consiglio si può dare a chi soffre per la distanza dai suoi cari a Natale, e per questo Natale così anomalo?

Purtroppo risposte universali non ce ne sono. Tollerare è forse il consiglio che posso dare: tolleriamo il limite, proviamo a guardare avanti, sapendo che dobbiamo convivere con questo disagio, fortissimo, ma che prima o poi finirà. Le forme diverse di isolamento provocano danni, e io mi aspetto e temo l’effetto successivo: quando tuto questo finirà, molti avranno subito gravi conseguenze. Questo virus però, come tutte le crisi, ci può insegnare anche tanto, soprattutto che esiste un risvolto della solitudine come capacità, nel senso di recupero e valorizzazione di una dimensione introspettiva. Ognuno di noi può fare la propria parte con un atto di responsabilità. Alcuni sostengono, giustamente, che abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale. Io penso che sia necessario avviare una  costruzione sociale, processo complesso e faticoso,  fondato sulla collaborazione fra cittadini e non certo esauribile con delle regolamentazioni.

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