Fase 2: sì ai funerali, no alle messe. Don Giacomo Martino: «La spiritualità è una necessità»

Troppe le criticità in chiesa secondo il comitato tecnico-scientifico, e il premier prolunga lo stop. La Cei protesta, il prete "dell'accoglienza" invita a una riflessione

Don Martino durante una delle sue dirette

Concessi i funerali con un massimo di 15 persone, ma messe ancora in sospeso: la Conferenza Episcopale Italiana protesta dopo avere appreso dal premier Giuseppe Conte il contenuto del dpcm che entrerà in vigore a partire dal 4 maggio, un decreto che tiene “congelate” le funzioni religiose per il rischio che rappresenterebbero in un momento in cui si vuole evitare a ogni costo un’altra ondata di contagi da coronavirus.

La Cei, in una nota intitolata “Il disaccordo dei vescovi”, prende nettamente posizione contro i contenuti del dpcm, sottolineando che «I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l'impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale».

Sull’argomento, parecchio dibattuto in queste ore, è intervenuto anche don Giacomo Martino, parroco della parrocchia di San Tommaso, che proprio dalla sua chiesa, in emergenza covid-19, aveva iniziato a trasmettere le messe in diretta: «Comprendo la necessità di tenere conto della comunità in tutti i suoi aspetti a partire dalla protezione sanitaria a, naturalmente, l'esigenza dell'economia che rischia di impattare negativamente e in modo disastroso sulle convivenze, le famiglie e i singoli - riflette don Martino  - La gestione di una comunità, e in particolare quella nazionale, deve imparare a tenere conto della necessità specifica di ogni uomo che non è solo quella della salute del corpo e della possibilità di sostentarsi economicamente ma anche quella di nutrire culturalmente e spiritualmente la persona nella sua integralità. Forse, in un momento in cui le emergenze sono molte, si è pensato che la cultura e lo spirito potessero ancora aspettare. Se è vero, come è vero, che non è strettamente necessario andare in Chiesa o a Scuola, non possiamo comunque porre queste esigenze su un livello inferiore rispetto a quelle economiche e sanitarie».

«Cultura non è solo la scuola, peraltro fondamentale, ma anche i piccoli e grandi momenti di confronto, di musica, di teatro e poesia - prosegue il parroco “dell’accoglienza”, molto noto in città anche per il suo ruolo di responsabile dell’ufficio Migrantes della Curia -  L'anima non è legata all'andare in Chiesa ma la preghiera virtuale rischia di generare uno sdoppiamento della personalità individuale. Se l'individuo cresce scompensato rischia di riversare la propria mancanza di equilibrio con comportamenti sociali altrettanto squilibrati».

Don Martino suggerisce quindi di provare a porre «la medesima determinazione e volontà comune di soddisfare anche queste necessità dell'essere umano parimenti a quelle della salvaguardia sanitaria ed economica», previe misure di contenimento del contagio, aggiungendo che «bisogna porre uguale accettazione dinamica del rischio, volontà e studio a trovare per l'esercizio di queste attività le stesse regole di distanza sanitaria che sono state, giustamente, imposte sui mezzi di trasporto pubblico piuttosto che nei parchi gioco che, semplicemente, per la fila dal panettiere».

Anche in chiesa, insomma, si può riprendere ad andare, a patto di rispettare tutte le misure di sicurezza - distanziamento sociale in primis - necessarie visto il periodo: «Il contagio sanitario si combatte solo con la responsabilizzazione di tutti a gestire, ognuno, la propria parte, senza vanificare il sacrificio di chi ci ha curato ma neppure semplicemente evitando il problema di gestire insieme e integralmente questa responsabilità». Allo stesso tempo, però, don Martino sottolinea la necessità di restare uniti, anche nell’osservanza delle regole: «Ritengo che il dovere di ciascuno sia quello di imparare prima a essere compatti anche nell'obbedire alle leggi che, ancorché imperfette, tendono a gestire il bene sociale e il bene individuale di ciascuno».

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«La speranza - conclude il religioso - è quella che si possa presto comprendere, anche per il non credente la citazione evangelica che "non di solo pane vive l'uomo».

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