Coronavirus, lo sfogo dell'infettivologo genovese: «I medici morti non sono eroi, ma vittime del lavoro»

Enrico Mantero, che per lunghi anni ha lavorato al Gaslini ed è il presidente di una onlus che si occupa di volontariato in Africa, punta il dito contro la metafora bellica usata spesso per i sanitari: «Volevano fare bene il loro lavoro con gli strumenti adatti per non ammalarsi»

«Questi colleghi e amici che piango insieme tutti voi, sono stati vittime della mancanza di mezzi di protezione adeguata in cui sono stati costretti ad operare. Vittime del lavoro». A parlare è Enrico Mantero, infettivologo genovese che per molti anni ha lavorato all’Istituto Pediatrico Giannina Gaslini e presidente dell’associazione di volontariato Komera Rwanda, che dal 2005 si occupa di missioni in Africa. 

Mantero ha preso la parola su Facebook per commentare le morti registrate nel periodo di emergenza coronavirus tra i medici e il personale sanitario: in prima linea nella lotta contro l’infezione da covid-19, al 20 aprile erano 131 i professionisti morti a causa del virus, tra loro anche alcuni genovesi. Professionisti, e non eroi, come ha sottolineato anche Mantero, rifiutando (come molti suoi colleghi) la metafora bellica dei soldati in trincea.

«Sono un anziano infettivologo in pensione che per buona parte della sua vita ha fatto il consultant per il controllo delle infezioni in ospedale e non solo. Quindi mi è rimasto l'occhio per situazioni legate a epidemie e relative misure di controllo - ha scritto in un post condiviso decine di volte e ancora più commentato - Sento tanto parlare in questo periodo di medici e infermieri che sono caduti come eroi combattendo in trincea nella guerra contro il coronavirus. In realtà questa metafora bellica, che suscita il mio disgusto per chi la usa tutti i giorni, mi spinge a cercare di dare il giusto nome alle cose sfruttando le mie vecchie conoscenze».

Mantero punta il dito contro gli strumenti con cui i sanitari hanno affrontato l’epidemia: «Per non ammalarsi avevano bisogno di dispositivi di protezione individuale quali mascherine filtranti FFP3, occhiali o visiere protettivi e quanto già previsto in precedenti linee guida fino dal 2003 in occasione dell'epidemia da un altro coronavirus molto simile, la Sars - scrive l’infettivologo - Tutti i sanitari che sono morti non erano e non volevano essere eroi, ma fare bene il loro lavoro con gli strumenti adatti per non ammalarsi, fungendo poi da veicolo alla diffusione del contagio. Purtroppo non è andata così».

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«Forse è il momento di dare il nome giusto alle cose e di non mascherarle dietro a metafore che celano a stento l'imbarazzo», conclude Mantero, che ha affidato, come detto, il suo sfogo a Facebook, dove le sue parole sono state condivise da moltissime persone.

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