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Covid, Matteo Bassetti: «Il vaccino darà la spinta definitiva, ma non è l'unica realtà infettiva nel mondo»

L'infettivologo genovese insiste sulla necessità di vaccinare «il 95% degli over 70 anni e dei soggetti fragili e oltre il 60-70% del resto dei cittadini  italiani entro settembre». E mette in guardia: «C'è un motivo se si parla della nostra epoca come dell’epoca dei microbi»

Per la lotta al coronavirus «sarà la campagna vaccinale a dare la spinta definitiva»: Matteo Bassetti torna a ribadire l’importanza del vaccino nei giorni in cui si dibatte sulla modalità - e la velocità - con cui le dosi del primo arrivato in Italia, quello di Pfizer, vengono somministrate. 

L’infettivologo genovese ha parlato anche del vaccino Moderna, che ha ricevuto il via libera dall’Ema e che presto dovrebbe essere disponibile anche in Italia: «L’immunità con questo tipo di vaccino sembra durare fino a due anni - ha spiegato Bassetti - In Italia a oggi sono state somministrate circa 300.000 dosi in circa 10 giorni , ovvero 30.000 al giorno. Bisogna accelerare ulteriormente. Altri paesi, come per esempio Israele, hanno somministrato più o meno nello stesso periodo oltre 1 milione di dosi».

Per Bassetti l’obiettivo è «vaccinare il 95% degli over 70 anni e dei soggetti fragili e oltre il 60-70% del resto dei cittadini italiani entro settembre. Solo così potremmo affrontare il prossimo autunno in relativa sicurezza». La quantità di vaccini disponibili, e la rapida somministrazione, per Bassetti è dunque fondamentale «per il raggiungimento di quella immunità di gregge necessaria a metterci al riparo da nuove recrudescenze della malattia».

Bassetti ha quindi sfruttato un paragone con l’epidemia di peste per evidenziare alcune criticità legate alla gestione della pandemia di coronavirus: «Qualche dubbio lo avanzo pure sull’efficacia delle serrate senza differenziazione regionale che sono state imposte in primavera e poi di nuovo nel periodo natalizio - ha sottolineato - Il divieto fatto alle persone di uscire di casa può essere stato utile a decongestionare le strutture ospedaliere ma non a fermare il contagio: abbiamo visto infatti (come già ai tempi della peste del 1576) che la malattia ha continuato a diffondersi all’interno dei nuclei familiari. Durante la “pestilenza di san Carlo” le misure adottate dagli ufficiali sanitari e dai governanti dell’epoca si rivelarono non solo disumane ma pure, in buona parte, sbagliate. La consapevolezza di questi errori è però giunta molto tempo dopo, solo quando si è davvero iniziata a conoscere l’eziologia della peste.  Sono ancora tante le cose che dobbiamo apprendere sul Covid-19 e sul perché il “sistema Italia” sia andato in tilt»

«Dobbiamo fare tesoro dell’esperienza del covid-19, perché le infezioni vanno guardate con molta attenzione. Non hanno un solo volto e non dobbiamo farci ingannare. C’è un motivo se si parla della nostra epoca come dell’epoca dei microbi - prosegue l’infettivologo - Mi piacerebbe poter scrivere che, archiviata la pandemia da covid-19, non sorgeranno altri simili problemi e potremo vivere tranquilli e spensierati. Il SARS-CoV-2 non è l’unica realtà infettiva presente al mondo, e neppure la più pericolosa, nonostante abbia rubato la scena a tutte le altre. Mi piacerebbe davvero. Ma purtroppo non c’è nulla di più distante dalla realtà».

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