«Storia di ordinaria follia di una malata di Covid da quasi tre mesi»

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera, giunta in redazione, con il titolo originale, scelto dalla sua autrice

Riceviamo e pubblichiamo.

Mi ammalo il 15 marzo. Accuso tutti i sintomi del Covid 19. Dopo una settimana mi reco al pronto soccorso dell'ospedale San Martino di Genova; mi mandano a casa, senza ambulanza ma dovendo chiamare un taxi, con una terapia antivirale e cortisonica perché presento tutti i sintomi della malattia, ma non mi fanno il tampone.

Nel frattempo si ammala mio marito, da un mese a casa perchè è asmatico e quindi tenuto in isolamento preventivo per evitare qualunque tipo di contatto. Anche lui si reca al pronto soccorso dove gli viene fatto un tampone che risulta positivo (risultato che ci arriva 3 settimane dopo l'esame e dopo una serie di chiamate infinite presso le strutture competenti).

Con lui positivo ho la certezza di esserlo anch'io in quanto sono stata io a uscire nei giorni precedenti e far visita anche a mia madre ricoverata presso una rsa (le visite sono state sospese un mese poi c'è stata una riapertura per pochi giorni; sono stata a trovarla il 6 e il 7 marzo per un'ora, periodo massimo consentito).

Il 2 di aprile mi torna la febbre e per non recarmi nuovamente al pronto soccorso, lasciando la disponibilità del servizio ospedaliero a chi sta peggio di me, chiamo il 118 e chiedo la possibilità di avere una visita a casa da parte delle squadre territoriali attivate in Liguria di cui si è fatta grande pubblicità. Mi rispondono che hanno inviato immediatamente la mia segnalazione a chi di dovere ma ci vorrà qualche giorno prima di essere contattata.

Dopo 4 giorni, muore mia madre ricoverata, che scopro successivamente anche lei positiva al Covid; il giorno dopo vengo ricoverata d'urgenza nuovamente al pronto soccorso di San Martino per forte tachicardia. Mi fanno il tampone, lastre ed esami del sangue. Il tampone risulta negativo e le lastre pulite; mi rimandano a casa senza terapia anche se io ho febbre continua e bruciori devastanti. Prima di essere dimessa richiedo con insistenza una prescrizione farmacologica, che, mi rispondono, dovrà fornirmi il medico della mutua e che comunque sono sfortunata ad avere questa febbricola in tempo di Covid perché ora si dà precedenza a questo tipo di patologia mentre tutto il resto, malessere personale compreso, passa in secondo piano.

Una volta a casa continuo a stare male fino ai primi di maggio quando dal mio medico di famiglia, che mi prescrive nel frattempo un ciclo di antibiotico, mi sento dire che non mi farà più certificati di malattia perché potrei avere problemi con l'Inpse perché ormai sono guarita e i miei sono solo problemi psicologici. Mi consiglia anche di curare l'alimentazione e correre in corridoio per rinforzarmi fisicamente.

Il 7 maggio, continuando a stare male e ad avere la febbre, mi reco a fare il sierologico a pagamento, che mi conferma un'infezione da Covid ancora in corso. Informo il mio medico chiedendo un'adeguata terapia: mi risponde con un messaggio sul cellulare che le terapie virali o cortisoniche si possono somministrare sotto esclusiva responsabilità del paziente. Cambio medico. Il nuovo medico informa il 13 maggio la Asl rispetto alla mia infezione in corso per avere la possibilità di fare il tampone a casa. Dopo 2 settimane faccio il tampone a casa: risulta ancora negativo, mentre io continuo a stare male.

A questo punto con il tampone negativo non posso avere una cura adeguata (e sono già passati quasi tre mesi dalla prima manifestazione del Covid 19), non posso avere un certificato medico che attesti il mio reale stato di salute e sono 'prigioniera' di una situazione paradossale che non mi riconosce il diritto alla salute e alle cure (almeno a quelle sperimentali in atto) in quanto la Asl considera solo il tampone positivo come referto ufficiale (quanti sono i tamponi risultati falsamente negativi?).

Naturalmente la squadra territoriale attivata dal 118 il 2 aprile non mi ha ancora contattato e oggi è il 4 giugno.

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